Perché il riscaldamento globale svela dietro la sparata di Trump sulla Groenlandia un interesse strategico nel confronto con la Cina

Quando venerdì scorso il Wall Street Journal ne scrisse per primo, la notizia secondo cui Donald Trump voleva far comprare agli Stati Uniti la Groenlandia sembrava “hilarious”, come scrive feroce l’Editorial Board del New York Times. Ma poi è stato lo stesso presidente a confermarne l’autenticità rispondendo piccato a una dichiarazione sulla sovranità groenlandese altrettanto acida di Mette Frederiksen, la prima ministro danese (la Groenlandia è amministrativamente parte della Danimarca), e cancellando la visita a Copenaghen programmata per il 2 e il 3 settembre — con tanto di incontro con la regina Margherita II e dunque, scrive ancora il consiglio editoriale del  Nyt, con tanto di sgarbo e figuraccia internazionale.

Come sia andata la storia si saprà tra qualche tempo, quando qualcuno degli insider racconterà a un giornalista i retroscena su quella che ha i contorni di una nuova sparata trumpiana, ma quello che andrebbe fatto (al di là di sorrisi, battute e indignazione) è provare a comprendere i contorni di questa uscita pubblica stramba. Partendo da un fatto: Trump non è stato il primo, anche Harry Truman nel 1946 provò a chiedere l’acquisto della Groenlandia; né l’unico: il riferimento dei teorici del pensiero trumpiano, Andrew Jackson, fu tra i vari presidenti che acquistarono territori da altri stati (nel 1867 comprò l’Alaska). Erano altri tempi, chiaramente.

È probabile che Trump abbia maturato l’uscita poco felice dopo un briefing di intelligence, secondo le voci raccolte finora dai media americani, e questo aiuta già ad andare un po’ più al dentro della complessità della vicenda. Perché, dunque, la Groenlandia è considerata così importante? Tanto da far arrivare al presidente informazioni dense che l’hanno portato a giocare d’azzardo?

In generale, Washington ha due genere di interessi strategici in Groenlandia. Uno di carattere militare, come affaccio sull’Artico, un territorio che negli anni futuri sarà una regione determinate in cui potrebbero avvenire dinamiche complesse e articolate, perché lo scioglimento dei ghiacci a causa del riscaldamento globale permetterà la creazione di nuove rotte marittime e faciliterà lo sfruttamento di risorse (per comprenderne l’importanza basta pensare che c’è un filone di analisti e studiosi che crede che nei prossimi anni la bromamce anti-Usa di Russia e Cina si spezzerà proprio per la sovrapposizione di interessi in competizione sull’Artico).

L’altro elemento di interesse americano è di valore materiale: la Groenlandia è ricca di risorse, gas, metalli, petrolio e soprattutto terre rare, mercato di elementi cruciali per creare le moderne tecnologie (superconduttori, fibre ottiche, catalizzatori, applicazioni nei veicoli ibridi, laser per medicina, performance degli acciai). Lo sviluppo tecnologico è l‘ambito in cui gli Stati Uniti soffrono di più la concorrenza cinese e sta alla base delle ambizioni di Pechino di diventare la prima potenza economica globale — e del conseguente confronto con Washington in corso.

Il mondo delle terre rare (un insieme di 17 elementi chimici, dai più abbondanti cerio e tulio ai meno del gruppo del terbio) vale un inciso perché è uno degli aspetti che collega Usa-Cina-Groenlandia. È dominato dalla Cina, sia dal punto di vista dell’estrazione che da quello dell’esportazione perché ne dispone per l’80 per cento del totale e li vende gli Usa. I cinesi però hanno via via ridotto l’export (e minacciano di stringere ancora più la cinghia in mezzo alla guerra commerciale), mentre stanno lavorando in giro per il mondo per accaparrarsi nuovi giacimenti.

Anche per questo, ma non solo, il Dragone ha allungato l’occhio sulla Groenlandia. Pechino ha chiuso un accordo per l’estrazione di terre rare dai minerali di Narsaq, con la Shenge Resources che è entrata in partnership con una società groenlandese. Ma non solo. La Cina — attraverso il gigante delle infrastrutture CCCC — s’è messa in gioco per allargare i tre aeroporti del paese, scali che ingranditi dovrebbero collegare meglio il paese per business e turismo, sempre pensando a quando (se) la Groenlandia diventerà più accessibile. Investimenti da poche centinaia di milioni di dollari, che però hanno un grosso impatto in un’economia ristretta come quella locale. Ci sono soltanto 13 cittadine con più di mille abitanti in Groenlandia, e attualmente non ci sono collegamenti: una circostanza che si sposa perfettamente con l’attuale interesse cinese, costruire infrastrutture come ponti politici. Washington da tempo sta cercando di dialogare con Copenaghen per mettere in guardia il governo danese che gli investimenti cinesi potrebbero trasformarsi in militarizzazione dell’isola glaciale, anche perché nelle previsioni di Pechino c’è di far passare — già nel 2020 — tra il 5 e il 15 per cento delle merci marittime in uscita per quella che viene chiamata la Polar Silk Road. Ossia la parte della Belt & Road Initiative che passerà dalla regione polare settentrionale.

Per Washington tenere la Cina fuori dalla Groenlandia — per quanto possibile — è una delle varie necessità strategiche nel quadro del confronto tra potenze. L’uscita di Trump, sebbene scomposta, potrebbe anche essere stata finalizzata a cercare di sganciare i groenlandesi dalla Danimarca, provando a giocare più influenza sulle autorità locali. Cercare di aumentare il peso americano sul territorio autonomo danese non è un’ambizione così assurda dunque (sebbene gli Stati non agiscano come agenzie  immobiliari e non vendano parti, ancora di più senza l’approvazione dei cittadini). Il riscaldamento globale renderà l’Artico più accessibile e la Groenlandia è un nodo talassocratico nella partita a scacchi nel nord del mondo. E l’importanza di quel territorio è una percezione solida nella dottrina strategica americana da molti anni, tant’è che una base statunitense a Thule (contea di Avannaa, sulla parte dell’isola verso il Nord America) è attiva dalla fine della Seconda guerra mondiale. È la postazione militare americana più vicina al Circolo Polare Artico e ha come compiti l’allarme missilistico, la sorveglianza spaziale e fare da scalo in acque profonde. Ruoli fondamentali.

(Foto: U.S. DoD/Brondrum, un aereo americano atterra alla base di Thule)

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