Conversazione di Formiche.net con Cinzia Bianco, research fellow per la Penisola Arabica e il Golfo allo European Council on Foreign Relations

Nel Golfo, dove l’Arabia Saudita ha subito il bombardamento di alcuni impianti del colosso petrolifero Saudi Aramco, ci si trova di fronte “a un classico scenario di stallo strategico”, dove la tensione resterà alta a lungo ma difficilmente vedrà un conflitto armato.
A crederlo è Cinzia Bianco, research fellow per la Penisola Arabica e il Golfo allo European Council on Foreign Relations, che in una conversazione con Formiche.net analizza le ripercussioni economiche e sul mercato dell’energia di quanto accaduto, e, da un punto di vista geopolitico, delinea le valutazioni americane, il nervosismo di Riad, gli occhi puntati di Israele (dove oggi si vota) e le mosse dell’Iran.

Fra Usa e Arabia Saudita da un lato e Iran dall’altro la tensione è elevatissima. Che cosa accadrà dopo il bombardamento della raffineria di Aramco?

Dal punto di vista militare credo non molto, perché ci troviamo di fronte a un classico scenario di stallo strategico. Gli Stati Uniti non hanno nessun interesse ad aprire un conflitto armato, tanto più considerando il fatto che, come ha ricordato il presidente Donald Trump, sono pressoché indipendenti dal punto di vista energetico.

L’Arabia Saudita però chiede aiuto all’alleato americano.

Sì, ma Washington difficilmente attaccherà Teheran. Trump ha fatto del disimpegno militare americano uno dei suoi cavalli di battaglia nella campagna elettorale che l’ha portato alla Casa Bianca. La strategia trumpiana è molto simile, in questo caso, al leading from behind di Barack Obama. L’amministrazione Usa ha detto a Riad che assicurerà tutto il suo supporto, a patto che sia l’Arabia Saudita a fare le prime mosse e prendere le redini. Il Regno, invece, vorrebbe che fossero gli americani a avviare una risposta. Di fronte all’invito degli Stati Uniti, Riad ha detto che chiederà una indagine alle Nazioni Unite per essere certa che l’attacco sia stato opera dell’Iran. Ciò significa in parole povere prendere tempo, perché una investigazione dell’Onu potrebbe richiedere mesi e, comunque, non identificare in modo inequivocabile un responsabile.

Ciò che cosa significa?

Vuol dire che le cose resteranno così, almeno per il momento, e che questa tensione durerà a lungo.

Tutto ciò avrà ripercussioni sulle elezioni israeliane?

Penso di no. Nonostante Benjamin Netanyahu sia uno dei politici che auspicano una linea dura contro l’Iran, credo che nelle elezioni israeliane saranno preponderanti le questioni interne.

Quali saranno, invece, gli effetti sul prezzo del petrolio?

Il prezzo del greggio è schizzato in alto del 20% subito dopo l’attacco, ma questo valore si sta contenendo perché Riad ha già ripristinato il 30% della produzione che si era fermata dopo l’attacco e perché gli stessi sauditi e anche gli Usa hanno messo mano alle loro riserve. Per Washington e per Trump in particolare, che punta molto sulla competitività delle imprese americane, mantenere basso il prezzo del petrolio è fondamentale. L’Arabia Saudita invece preferirebbe che il costo della materia prima sia un po’ più alto di quello attuale, sia per ragioni economiche sia perché doveva collocare più in alto la quotazione di Aramco. Ma dopo quello che è accaduto la quotazione sarà rinviata di diversi mesi, quindi Riad potrebbe tenere la linea tradizionale, ovvero quella di assicurare in sede Opec che il prezzo del petrolio non vada mai troppo in alto. Questa funzione saudita, tenere i rialzi sotto controllo, è stata storicamente elemento cruciale della sua valenza geopolitica.

Che cosa ha evidenziato l’attacco a Aramco?

Innanzitutto che le infrastrutture critiche saudite sono estremamente vulnerabili. Riad ha uno scudo missilistico che la protegge, ma non è pronta ad affrontare una guerra asimmetrica che conti, come in questo caso, anche sull’utilizzo di droni. Questi ultimi sono molto più difficili da rilevare per i radar di fabbricazione Usa in dotazione ai sauditi e anche più difficili da intercettare per il sistema Patriot, usato da Riad. Come detto l’attacco complica anche molto la situazione per i grandi player finanziari internazionali che intendevano investire sulla quotazione di Aramco e ora frenano con decisione, perché l’offensiva ha messo in luce che le raffinerie più strategiche di Aramco sono degli obiettivi, e relativamente facili da colpire. E, infine, l’inevitabile messa in discussione nella quotazione scombina i piani del principe della Corona Mohammed bin Salman, che vi puntava molto sia a livello domestico che internazionale.

Con l’Iran si opterà per misure alternative agli attacchi diretti?

Difficile dirlo, perché la strategia iraniana è da sempre quella della plausible deniability. Teheran, nella morsa di sanzioni ad ampio spettro, non ha molto da perdere. Quelle fazioni del regime iraniano che non vogliono negoziare con Trump, o non vogliono farlo se non da una posizione di forza, scommettono sul fatto che difficilmente gli Usa reagirebbero e quindi si tengono sotto una soglia che non spinge il governo americano all’azione. Stanno provando a ridisegnare le linee rosse nella regione. Ciò non vuol dire che la tensione non sia alta, come dimostra l’ennesimo sequestro di una petroliera avvenuto ieri nello stretto di Hormuz, dove l’Iran non vuole assolutamente avere navi militari americane o britanniche, che potrebbero facilmente colpire. In definitiva ciò che emerge oggi è una grande confusione strategica nel fronte anti iraniano che rende nervosi soprattutto i sauditi, che non vogliono (o non possono) attaccare direttamente Teheran o le loro milizie e, al tempo stesso, si sentono assolutamente sotto attacco. Se quest’episodio dimostrerà fattivamente che gli Stati Uniti stanno abdicando al loro ruolo tradizionale di ago della bilancia nella sicurezza mediorientale, sarà l’inizio di un ripensamento strategico obbligato per i policymaker di tutta la regione e per quelli dei vicini geopolitici europei.

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