Un politico come Di Maio alla Farnesina? Meglio. Il prof. Parsi spiega perché

Un politico come Di Maio alla Farnesina? Meglio. Il prof. Parsi spiega perché
Conversazione con il docente della Cattolica di Milano. Un politico alla Farnesina? Una buona notizia. Ora deve lasciarsi la stagione sovranista e salviniana alle spalle, e fare gioco di squadra in casa e fuori con gli storici alleati. Usa, Russia, Cina, Libia, ecco la ricetta per voltare pagina

Chi già ha messo sulla graticola Luigi Di Maio approdato oggi alla Farnesina rischia di aver preso una cantonata, spiega a Formiche.net Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano. Un politico a capo della diplomazia non è un ostacolo, anzi. Purché lavori di squadra, dentro e fuori casa.

Un politico alla Farnesina. Scelta giusta?

È una buona notizia. Il ruolo di ministro degli Esteri è molto prestigioso ma la sua rilevanza dipende dal peso politico di chi ricopre l’incarico, vale lo stesso per gli altri dicasteri.

Alla Farnesina più che in altri ministeri servirà fare gioco di squadra con i “tecnici” spesso finiti nel mirino dei Cinque Stelle.

La Farnesina ha la macchina più rodata. Per di più di dimensioni ridotte, è quasi un ministero senza portafoglio e questo è un bene. Il ministro non deve pensare a compiacere migliaia di dipendenti ma solo occuparsi della politica estera.

Il deficit di esperienza sarà un problema?

La lezione di Socrate è il punto di partenza: sapere di non sapere. Se ci sarà questa consapevolezza Di Maio supererà le aspettative. Ha già dimostrato una notevole abilità politica. Fino a qualche mese fa lo davano per finito, oggi Salvini è all’angolo e lui a capo della diplomazia italiana. E ha all’attivo un successo non da poco. È riuscito a portare il Movimento nella coalizione della von der Leyen, scardinando così uno dei principali ostacoli che gli impedivano di contare in Ue.

Eppure c’è chi considera la politica estera un tallone d’Achille per i Cinque Stelle. È così?

Ci sono stati dei balzi in avanti che hanno fatto discutere. Se però li analizziamo senza pregiudizi dobbiamo molto ridimensionare le critiche. È vero, hanno avuto posizioni filomaduriste sul Venezuela, ma il tentativo di deporre Maduro non ha avuto successo e forse col senno di poi bisogna chiedersi se i tempi e le modalità fossero quelle giuste.

Che dire invece della firma del memorandum con la Cina di Xi Jinping? È ancora oggi il grande punto interrogativo che pende sulla diplomazia italiana.

L’apertura alla via della Seta può tornare utile se inserita in una collocazione diversa, cioè non avulsa dai pilastri della nostra politica estera: atlantismo ed europeismo. Paolo Gentiloni fu il primo a inaugurare quel corso e nessuno gridò allo scandalo.

Perché invece la scelta del governo gialloverde ha fatto tanto discutere oltreoceano?

La reazione degli Stati Uniti si spiega se si tiene a mente il quadro generale. L’Italia apriva alla Cina e nel frattempo flirtava con la Russia, spesso bypassando le vie istituzionali e politicizzando il rapporto con Washington. Senza contare che il precedente governo ha messo di continuo nel mirino l’Ue.

Anche il presidente degli Usa Donald Trump lo ha fatto.

C’è una differenza. Un conto è mettere in crisi la gamba europea della costruzione transatlantica, magari dalle stanze, anzi dalle spiagge del Viminale. Un altro è chiedere una redistribuzione dei pesi fra Stati Uniti e Ue come fa la Casa Bianca.

Insomma, le relazioni con l’alleato americano non sono a rischio?

Il punto di partenza per recuperare terreno è l’endorsement di Trump a Conte. Poi c’è il mantenimento degli impegni assunti. Infine c’è bisogno di ricucire con Francia e Germania. Mettersi contro Parigi e Berlino è stato un errore.

Di Maio ha avuto una parte nella rottura con i francesi.

I contatti un po’ avventati con i gilet gialli hanno sicuramente giocato un ruolo nel richiamo dell’ambasciatore francese. Non dimentichiamo però che un peso lo hanno avuto anche gli insulti sessisti di Salvini nei confronti di Macron.

C’è ancora spazio per una politica estera sovranista o è il momento di voltare pagina?

C’è spazio per un populismo virtuoso, perché quando è dosato è sempre un bene per la politica. Il sovranismo è una zavorra da cui ci si deve liberare in fretta. È grazie alle presunte idee sovraniste se l’Italia si è ritrovata isolata. Oggi il Movimento Cinque Stelle ha una grande occasione. Recuperare la sua anima riformista e di sinistra in questa fase storica può essere una ricetta vincente.

Dove ha fallito secondo lei la rivoluzione sovranista?

Le premesse erano fallimentari. Se gli interessi nazionali sono percepiti in maniera egoistica diventano necessariamente incompatibili con quelli di altri Paesi. La stagione Salviniana si è macchiata di un grande crimine politico. Da un lato ha fatto credere agli italiani che, siccome collaborare con gli altri è difficile, l’Italia può fare da sé. Dall’altra ha fatto coincidere tutta la politica estera e di sicurezza del Paese con l’ossessione per l’immigrazione e le ong. Dimenticando le vere priorità.

Ad esempio?

Non abbiamo più avuto una politica in Libia e nell’Africa subsahariana. I rimpatri sono crollati, e non c’è da sorprendersi: è difficile chiedere collaborazione a quei Paesi se li insulti di continuo. Abbiamo abbandonato qualsiasi forma di cooperazione intraeuropea, tant’è che la Spagna ha preso il nostro posto nella stanza dei bottoni. E infine abbiamo giocato troppo con la Russia, dimostrandoci partner inaffidabili degli Usa.

Cosa non funzionava nei rapporti fra governo gialloverde e Mosca?

La prima lezione per un broker a Wall Street è l’onestà. Se non è onesto il cliente non si fida. Vale lo stesso per il nostro rapporto con l’amministrazione Usa. È mancata credibilità nell’approccio al problema russo. Così gli americani non hanno capito se la nostra era un’apertura di credito o del conto corrente.

La politica mediterranea è stata più credibile? Le grandi conferenze e i blitz in Libia non hanno cambiato lo status quo.

L’errore è stato perdere aderenza al terreno. Le grandi conferenze servono solo a ribadire principi. In Libia il governo deve mantenere pochi punti fermi a difesa dell’interesse nazionale.

Quali?

Evitare in tutti i modi di spaccare ulteriormente il Paese. Preservare i nostri interessi petroliferi, e lavorare a una gestione coordinata e non delinquenziale dei flussi migratori. Agire bene e farsi vedere poco. Le photo opportunity non fanno bene a nessuno e irritano i nostri avversari.

ultima modifica: 2019-09-05T10:20:44+00:00 da Francesco Bechis

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