L’Europa di von der Leyen non dimentichi l’Artico. Il focus del Martens Centre

L’Europa di von der Leyen non dimentichi l’Artico. Il focus del Martens Centre
“In un’Europa politicamente sempre più verde bisogna andare oltre l’idea del semplice ambientalismo e imparare ad affrontare e a cimentarsi con le pretese dei grandi attori”. L'appello del Martens Centre nell'analisi di Ylenia Citino

Il circolo polare artico sta subendo una trasformazione senza precedenti. Il cambiamento climatico e i nuovi equilibri fra le grandi potenze a livello globale appesantiscono le sfide che questo non-continente deve fronteggiare. Se l’Unione europea non cambia immediatamente la propria politica estera – recita l’appello lanciato dal Martens Center di Bruxelles – e se non si riconosce appieno la rilevanza strategica della regione, si rischia di rimanere indietro nella competizione internazionale.

Il pensatoio dei popolari europei intitolato a Wilfried Martens fa l’occhiolino a quella parte di opinione pubblica che è sempre più sensibile alla sostenibilità ambientale. “Ma in un’Europa politicamente sempre più verde – specifica Roland Freudenstein, policy director – bisogna andare oltre l’idea del semplice ambientalismo e imparare ad affrontare e a cimentarsi con le pretese dei grandi attori”.

Lo scioglimento dei ghiacciai, infatti, oltre ad essere una questione seriamente preoccupante sul piano ecologico, sta radicalmente modificando l’appetibilità geopolitica e geoeconomica dell’area. Da un lato, infatti, la frammentazione della banchisa polare fa aprire nuove rotte di navigazione, prima impensabili, rendendo accessibili porzioni geografiche addizionali. Dall’altro, grazie al riscaldamento globale sarà sempre meno costoso estrarre risorse convenzionali di idrocarburi dai sinora poco esplorati giacimenti artici. Secondo una ricerca di un istituto geologico statunitense (USGS), l’Artide ospiterebbe circa il 30% dei depositi mondiali di gas ancora non scoperti e il 13% dei bacini petroliferi, per di più offshore.

Sino ad oggi, l’estrema difficoltà delle condizioni climatiche ha “protetto” il polo nord dallo sfruttamento antropico. Ma da qualche anno il grande gioco dell’Artico sembra essersi avviato con virulenza, come ha dimostrato l’irrituale richiesta di Trump di voler acquistare la Groendlandia. I russi, inoltre, si sono mossi in anticipo, cominciando a mettere in piedi infrastrutture cantieristiche e navali funzionali all’incremento del traffico marittimo, a nuove prospezioni e all’approvvigionamento dei campi estrattivi di carburante. Un esempio è la tanto avveniristica quanto pericolosa centrale nucleare galleggiante Akademic Lomonosov, soprannominata la “Chernobyl dei ghiacci”.

“Serve un approccio olistico da parte dell’Ue, suscettibile di promuovere non solo la sostenibilità ambientale ma anche la necessaria cooperazione internazionale” afferma l’ambasciatore Jari Vilen, finlandese impegnato a dar voce ai problemi dell’artico attraverso il Centro Strategico e Politico Europeo (EPSC). “Nonostante l’esistenza di forum internazionali come il Consiglio Artico – aggiunge Andreas Osthagen, ricercatore norvegese del Fridtjof Nansen Institute – la regione è sparita dai radar della geopolitica, ma non bisogna dimenticare che l’Artide è un target per la politica di sicurezza nazionale di alcuni paesi e che situazioni fluide oggi potrebbero diventare conflittuali domani”.

Una solida minaccia, ad esempio, viene dalla Russia che, ancora una volta, ha potenziato le proprie basi militari con l’apporto di due nuove “Brigate Artiche”, sottomarini nucleari e dozzine di supertecnologiche rompighiaccio. E sempre a Mosca è dovuto il recente incidente di Severodvinsk, dove l’esplosione di un missile ha fatto aumentare i livelli di radioattività sino alle coste della Norvegia.

Ma l’Artico non è solo una questione di difesa fra stati transfrontalieri del Nord. Il valore strategico della regione ha ricadute su tutti gli Stati Ue. Basti pensare agli effetti che provocherà l’implementazione della “Ice Silk Road” cinese, la via della seta che passerà dalle acque polari potenziando, in aggiunta alla futura rete ferroviaria, la rotta che punta all’Europa. La stessa Italia dovrebbe perorare la causa della necessità di cooperazione affinché si scongiuri un ennesimo far west: Eni ha già mosso i primi passi nell’esplorazione e sfruttamento delle risorse piantando le prime bandierine nel mare di Barent, dove gli interessi economici sono notevoli.

Da qui la necessità di riappropriarsi del tema e di farlo rimontare nella classifica delle priorità europee, inserendolo a forza nell’agenda della costituenda Commissione von der Leyen. La corsa ai ghiacci, infatti, non può risolversi nell’anarchico appropriamento delle risorse. Un’eventuale ripartizione dei ruoli nello sfruttamento del Polo Nord andrebbe fatta con estrema cautela. Non solo includendo a pieno titolo nei tavoli di discussione internazionale anche la Russia (oggi fuori dall’Arctic Security Roundtable) e attori “non artici” come Cina, Francia, Italia, Gran Bretagna e Germania. Ma, soprattutto, ponendo come precondizione il rispetto dei principi della sostenibilità, trattandosi di un ecosistema fragile e già “in distress”. L’Artico è uno dei pochi posti ancora selvaggi rimasti sul pianeta, che forse non sarebbe male proteggere ad ogni costo.

ultima modifica: 2019-09-15T13:10:55+00:00 da Ylenia Citino

 

 

 

 

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