Non serve essere dei luterani per riconoscere che nei primi secoli il termine “clero” si riferiva a tutto il popolo di Dio. Poi, dal III secolo in poi, ha cominciato a essere usato solo per coloro che hanno scelto la vita consacrata. E si è arrivati ai nostri tempi, in cui si ha l’idea che la Chiesa sia costituita dagli ordinati. Questa cambio di passo lo cogliamo anche nelle dispute sulla liturgia. Chi contesta la riforma liturgica del Concilio Vaticano II non lo fa tanto perché ama la messa in latino. No, io credo che ami il prete che dà le spalle ai fedeli, come ogni buon generale che guida la truppa: indica la via. Nella nuova liturgia invece viene esaltato il dato comunitario, l’essere insieme e celebrare insieme. Così l’idea di sinodo è un’idea fondamentale per il cammino ecclesiale. Ma non tanto quello che conosciamo noi, il sinodo dei vescovi, limitato a organo consultivo del papa. Il sinodo di tutta la Chiesa. Già il sinodo dei vescovi, rispetto alla Chiesa del “dictatus papae” è un fatto di grande novità: i vescovi non vengono istruiti dal papa, ma discutono e “camminano” con lui. Ma una chiesa territoriale, come quella italiana, come può confrontarsi con le novità e le problematiche sociali? Serve, in Italia, un sinodo della chiesa in Italia? Serve eccome. E lo spiega benissimo un articolo che segna un grande ritorno, quello dell’ex direttore de La Civiltà Cattolica, padre Bartolomeo Sorge, su quella che per tanti anni è stata la sua rivista.

Questo nome di spicco della cultura italiana si confronta con questo tema cruciale, per la chiesa e per l’Italia, a partire dal 1976. Infatti ebbe luogo allora il primo convegno ecclesiale. Clero e laici insieme a discutere del futuro e del ruolo della Chiesa. Ma perché quel convegno ebbe luogo? Ebbe luogo per verificare la capacità di applicazione e ricezione delle grandi novità conciliari. Si fece molto. Ma padre Sorge ne presenta gli esiti così: “Di per sé, i vescovi, nel documento ufficiale di valutazione di quell’evento ecclesiale, lo giudicarono molto positivamente e accolsero parecchie delle sue coraggiose conclusioni, compresa la tanto discussa «scelta religiosa», compiuta dall’Azione cattolica di Vittorio Bachelet e sostenuta da Paolo VI, con la fine del collateralismo tra Chiesa e Dc. Nello stesso tempo, però, i vescovi lasciarono cadere le due principali proposte del Convegno: l’introduzione nella Chiesa italiana dello «stile del convenire» (come allora si chiamava la ‘sinodalità’) e la nuova concezione di missionarietà, diversa dalla pastorale classica tradizionale”.

Sinodalità tecnicamente vuol dire “camminare insieme”. Che non vuol dire votare a maggioranza, ma determinare insieme velocità, tappe, percorso, e tanto altro. In questo rientra la nuova idea di missionarietà. Con chi camminiamo? Di che società, di che tempi, di che sistema di vita è cittadino il nostro compagno di cammino? Quali problemi, quali contesti, quale ermeneutica segnano la sua quotidianità? Il punto si capisce meglio con le parole di padre Sorge, che cita un passaggio del documento finale approvato nel 76 dal convegno ecclesiale: “Di fronte alla vastità dei problemi e alla loro complessità, risulta chiaro che la risposta pastorale della Chiesa italiana non può essere più affidata alla stesura di un documento fatta da alcuni esperti, né alla decisione dell’una o dell’altra componente del Popolo di Dio. Affinché la presa di coscienza maturata nella preparazione e nella celebrazione di questo Convegno nazionale non svanisca nel nulla o non resti frustrata, è necessario dar vita a strutture permanenti di consultazione e di collaborazione tra vescovi, rappresentanti delle varie componenti della comunità ecclesiale ed esperti provenienti da tutti i movimenti di ispirazione cristiana operanti in Italia. È urgente offrire alla nostra comunità ecclesiale un luogo di incontro, di dialogo, di analisi e di iniziativa che, da un lato, traduca nei fatti il nesso inscindibile tra evangelizzazione e promozione umana, tanto efficacemente evidenziato dal Convegno, e, dall’altro, superi in radice l’impossibile divisione tra “Chiesa istituzionale” e “Chiesa reale” con la conseguente minaccia della costituzione in Italia di due Chiese parallele che non si incontrano più”.

L’idea coinvolgeva, era potente. La politica vi è entrava non più per la scorciatoia partitica, ma nel rapporto diretto con quello che si oggi si ama chiamare popolo, cioè “le persone e la loro realtà”. Basta programmi fatti a tavolini in uffici curiali? Non è andata così, perché quando si decise di istituzionalizzare il convegno per decenni l’idea non convinse tutti. Già abbiamo detto di alcune contrarietà dei vescovi. Giovanni Paolo II poi, alla vigilia della seconda edizione del convegno ecclesiale si espresse così: “Ci si dovrà preoccupare che sin dalle primissime fasi della preparazione e nella stessa composizione degli organi, ai quali essa verrà affidata, siano rispettate le esigenze della comunione, curando da un lato che l’Episcopato abbia il posto che gli compete per istituzione divina e, dall’altro, che ogni espressione delle molteplici realtà ecclesiali, in sintonia con le legittime Autorità, si trovi debitamente rappresentata”. Padre Sorge scorge in questo la convinzione che la Chiesa sia presenza più che mediazione culturale. Una forza sociale. Si percepisce anche la convinzione che occorresse l’unità politica dei cattolici.

E adesso? Adesso, proprio in occasione dell’ultimo convegno ecclesiale tenutosi a Firenze, Francesco è tornato sui temi della sinodalità e della Chiesa in uscita missionaria: “Tuttavia, anche dopo il Convegno di Firenze quei due stessi punti sono risultati ancora una volta non facilmente digeribili. Eppure essi sono alla base stessa del programma dell’attuale pontificato, fin dalla prima Esortazione apostolica di Francesco, l’Evangelii gaudium”.

Dunque nonostante l’invito al laicato a partecipare al convegno fiorentino l’auspicata sinodalità non c’è stata. Con il rischio di rimanere in una Chiesa di pianificazione, di programmazione pastorale, una Chiesa che padre Sorge dice avere due rischi: “La prima tentazione è quella di riporre – ovviamente non a parole, ma nei fatti – la propria fiducia e sicurezza nelle strutture, nell’organizzazione, nella pianificazione perfetta elaborata a tavolino, finendo con legalizzare e burocratizzare la pastorale e col mortificarne ogni creatività. È la tentazione del pelagianesimo: credere che possiamo salvarci con i nostri soli sforzi.

La seconda è la tentazione di rifugiarsi nello spiritualismo intimistico e disincarnato, che porta la Chiesa all’autoreferenzialità, a ripiegarsi su se stessa, a preoccuparsi soprattutto dei suoi problemi interni, a chiudersi tra le mura del tempio, ossessionata dall’osservanza delle norme canoniche. Questo conduce a svalutare il servizio dei fratelli e a frenare gli slanci dell’amore per gli altri: ognuno pensi a salvare la propria anima!”. La sfida del sinodo per l’Italia è la sfida della Chiesa in Italia, alla quale non serve la compassatezza quasi intimidita del vocabolo “convegno”, ma serve il coraggio visionario del termine “sinodo”.

Una dei tasselli più importanti della riforma di Francesco, lo si è capito ad esempio da alcune nomine come dalla lettera indirizzata a tutto il popolo di Dio che vive in Cile, quando esplose lo scandalo degli abusi sessuali, è quella del superamento del clericalismo, una prospettiva che applicata al caso italiano appare importantissima, e non solo per la Chiesa, visto il peso delle rabbie da esclusione e solitudine che ci circondano.

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