Prima di Macron, Conte vedrà Serraj. Ecco cosa si diranno

Prima di Macron, Conte vedrà Serraj. Ecco cosa si diranno
Il premier del governo onusiano di Tripoli arriva da Conte in un momento che potrebbe essere cruciale per il futuro della Libia (e della regione nordafricana)

L’agenzia stampa italiana Nova, che copre la Libia attraverso fonti multiple, sostiene che il premier del governo onusiano di Tripoli è a Roma da lunedì. Indicativo di quanto è importante il meeting odierno. Fayez Serraj oggi incontrerà il collega italiano Giuseppe Conte, che come previsto s’è tenuto il dossier libico per sé. A Serraj serve che Conte chiarisca la posizione italiana. Roma è stata il principale alleato del governo che l’Onu ha forzatamente installato nel tentativo di rappacificare il paese tre anni fa; si chiama Gna, ossia l’acronimo inglese che viene da Governo di accordo nazionale, frutto di un processo di dialogo guidato dalle Nazioni Unite che nel 2015 era arrivato, a dicembre, all’intesa Lpa, altro acronimo che sta per Accordo politico sulla Libia.

Una road map per sistemare il paese nordafricano — produttore Opec, fulcro in mezzo a una regione difficile, rubinetto migratorio. Era stato deciso in Marocco, perché in Libia non era sicuro tenere incontri politici internazionali causa guerra civile. Ai tempi l’Italia del governo Gentiloni aveva lavorato moltissimo per l’Lpa, così come aveva fatto in modo di aiutare l’insediamento del prescelto Serraj a Tripoli; i servizi segreti italiani avevano costruito l’ambiente adatto all’arrivo di un premier non scelto dal popolo, insieme al generale italiano che faceva da attaché militare al delegato Onu per la crisi avevano costruito il quadro di sicurezza attorno a Serraj; c’era un’attività diplomatica intensa e alcune forze speciali dalle capacità politiche erano a Misurata — città-stato molto forte coinvolta nel piano Onu e amica dell’Occidente. Tutto senza perdere completamente il contatto con il nemico di questo piano: il signore della guerra della Cirenaica, Khalifa Haftar.

A distanza di più o meno quattro anni da quei giorni, Haftar è di nuovo all’attacco, ma adesso ha come piano netto rovesciare il governo Onu guidato da Serraj. Ha un’ambizione totale, che però sul campo le sue milizie non sono in grado di accontentare. I misuratini stanno respingendo l’attacco e ora — dopo aver già sconfitto per conto del mondo intero lo Stato islamico libico, hot spot potente del Califfato baghdadista, nel 2016— chiedono maggiori spazi politici.

Serraj arriva da Conte con alle spalle questo quadro: un passato di vicinanza solido con Rona, un presente ambiguo (Conte parlò mesi fa di Haftar come di un interlocutore), un futuro incerto (il suo incarico scricchiola). Ma la guerra in Libia si gioca molto sul peso e sul ruolo degli appoggi esterni. Haftar ce li ha attivi, ma è chiaro che se le condizioni sul campo non migliorano i suoi sponsor, senza risultati, potrebbero restare senza convinzione. Tanto più che attorno alla Libia si sta (ri)costruendo un contesto più classico, che in questi casi significa più aderente al piano Onu — Haftar poteva essere la soluzione alternativa, ma non si sta dimostrando tale.

C’è un interessamento sul dossier dovuto anche a posizionamenti presi in vista delle riunioni pesanti dei prossimi giorni all’Assemblea generale dell’Onu, e sostanzialmente tutti chiedono l’immediato cessate il fuoco e il ritorno al dialogo politico onusiano. Sono dichiarazione quasi dovute, ma nella sostanza vanno contro l’idea di fondo di Haftar. Lo vogliono gli Stati Uniti, che hanno recuperato assertività sul dossier rimettendolo sotto la linea del dipartimento di Stato che già il 7 aprile, a tre giorni dall’inizio dell’offensiva, chiese ad Haftar di fermarsi. Lo vuole la Russia, che sta seguendo la situazione anche attraverso contractor sul campo, ma non crede che Haftar potrà mai farcela e anche per questo ha avviato il disingaggio dall’Est e ora vuole il dialogo. Lo vuole la Germania che ha lanciato l’idea di un’iniziativa di pace da condurre tramite una conferenza a Berlino. Lo vuole persino la Cina, che ha interessi in Africa che l’instabilità potrebbe rovinare. Poi ci sono Francia e Italia, che starebbero preparando un’idea comune, dove però i primi non vogliono condannare del tutto Haftar, avendolo in parte appoggiato.

Nel tardo pomeriggio Conte vedrà il presidente Emmanuel Macron, ma secondo l’agenda ufficiale non è previsto si parli di Libia, sebbene l’incontro con Serraj sarebbe un fattore recentissimo a cui la conversazione potrebbe accedere informalmente, visto tra l’altro che si parlerà di immigrazione, tema che passa anche dalla Libia. Un incontro a tre con il libico sarebbe un colpo di scena. L’Italia tra l’altro starebbe pensando al coinvolgimento della Turchia nel processo di dialogo, visto che Ankara ha un link con Misurata e ha avuto un ruolo nel convincere Mosca all’attuale passo indietro sulla Libia. In questo contesto, Serraj vuol capire da Conte quanto l’Italia starà con lui nei prossimi mesi. Quelli che potrebbero essere cruciali per il futuro della Libia (e per la regione nordafricana).

ultima modifica: 2019-09-18T09:58:06+00:00 da Emanuele Rossi

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