Come si ricorderà, quando Mario Draghi, annunciò le nuove misure sul quantitative easing l’unanimità del board della Bce fu solo di facciata. Tornati in patria, Jens Weidmann e Klaas Knot, rispettivamente presidente della Bundesbank e della Banca centrale olandese, si dissociarono sia dall’analisi condotta che dalle relative proposte. Eccessive le misure enunciate: questa in sintesi la protesta. Anche con qualche buona ragione, se si vuole. Sul mercato c’è carenza di titoli da acquistare, specie per quelli emessi da parte dei Paesi più virtuosi. A voler rispettare le attuali regole (acquisti proporzionali all’entità delle quote possedute nel capitale della Bce e percentuale definita a priori delle nuove emissioni di bond), c’è il rischio che, nello spazio di qualche mese, non ci sia più un Bund tedesco da comprare. Per questo Mario Draghi aveva tanto insistito: che i Paesi, con spazi finanziari adeguati, si diano da fare. Spendano di più invece di accumulare, come finora avvenuto.

Quasi una bestemmia nei confronti dei teorici dell’austerity. Ed un vero e proprio colpo al cuore sia per Jens Weidmann che Klaas Knot, da Draghi chiamati direttamente in causa, per via della situazione esistente nei rispettivi Paesi. Nell’Eurozona, la Germania (pari merito con Malta) presenta l’attivo strutturale (media degli ultimi 3 anni terminati nel 2017 – secondo l’Alert Mechanism UE) delle partite correnti della bilancia dei pagamenti più alto, nell’intera Eurozona. Con una percentuale pari all’8,4 per cento. L’Olanda segue a ruota, con un valore pari all’8,3 per cento del Pil. Realtà, naturalmente, profondamente diverse. Il peso economico della Germania sull’Eurozona, in termini di prodotto interno, è pari al 29,1 per cento, l’Olanda al 6,7 e Malta allo 0,1. Grandi, medi e piccolissimi Paesi che presentano, tuttavia, similitudini che li portano spesso ad eccedere nella difesa dello status quo. Si pensi solo alle resistenze maltesi a proposito dei migranti.

Altra caratteristica dei tre gemelli è il forte attivo dei conti pubblici. Secondo i dati di Banca d’Italia, nel 2018 il surplus tedesco è stato pari all’1,7 per cento, quello olandese all’1,5 e quello maltese addirittura al 2 per cento del Pil. Il migliore dei mondi possibili, se paragonato a quello della restante parte del condominio europeo retto sulla moneta unica. Quindi nessuna voglia di cambiare. Che gli altri si arrangino e, se necessario, stringano ancor di più la cintola. Prospettiva ben poco saggia, nello scenario che dovrebbe essere proprio di Paesi non solo strettamente integrati, ma uniti nello sforzo necessario per contenere l’avanzata di agguerriti concorrenti. Come lo sono l’America di Trump, la Cina di Xi Jinping o la Russia di Putin. Che non stanno certo a guardare, ma, in qualche modo, pensano a come spartirsi le spoglie di un continente che sembra aver abbandonato ogni voglia di protagonismo.

L’ultimo bollettino della Bce ha cercato di introdurre un po’ di sale nella zucca dei nuovi “sonnambuli” che ancora una volta preferiscono chiudere gli occhi di fronte alle sgradevoli conseguenze della realtà. L’ultima sua analisi avvalora le tesi di Mario Draghi. Non per piaggeria, ma perché le tesi del suo Presidente non sono state costruite su un astratto “dover essere”. Ma sono il frutto di una riflessione attenta di quanto sta avvenendo nel mondo e, di riflesso, nella realtà europea. Considerato che il peso dell’Eurozona sugli equilibri mondiali è pari al 16,5 per cento. Meno degli Stati Uniti (24,4 per cento), ma non certo irrilevante. Ebbene l’allarme è evidente. L’economia mondiale sta rallentando per mille motivi di carattere geopolitico: dai pericoli del protezionismo alla follia della Brexit. La vecchia “locomotiva” degli anni passati (prima gli Stati Uniti, quindi i Paesi emergenti) se proprio non si è fermata, ha notevolmente rallentato la sua corsa. C’è quindi il rischio molto forte di una possibile regressione.

L’Europa può restare indifferente? Questo è l’interrogativo di fondo. Potrebbe disinteressarsi se la bilancia dei pagamenti fosse in pareggio e non in attivo (71,8 miliardi nel primo trimestre del 2019, in diminuzione rispetto a quello dell’anno precedente). Ma siccome così non è, deve porsi un problema grande come una casa. Finora, infatti, è stata soprattutto la domanda estera a sostenere il tasso di crescita (tanto o poco che sia stato) complessiva dell’intera Area. Se le condizioni dell’estero diventano più stringenti, questa piccola manna è destinata a finire. Ed i risultati già si vedono, specie nei confronti di quei Paesi (la Germania in testa) che ha banchettato più di altri.
Per superare l’ostacolo, la ricetta è relativamente semplice. Una delle più vaste aree economiche del mondo non può campare, in prevalenza, di domanda estera. Deve far crescere la sua domanda interna e, quindi, contribuire, attraverso questa via, alla stabilizzazione dell’intera situazione mondiale. Naturalmente non tutti possono agire allo stesso modo, viste le diverse condizioni di partenza. Ma i Paesi che hanno più frecce, al loro arco, devono fare di più. Lo deve fare la Germania e gli altri Paesi in surplus di bilancio e con partite correnti della bilancia dei pagamenti in attivo.

Ma lo può fare, seppure con maggiore prudenza, anche un Paese come l’Italia. Che ha quel macigno – il debito pubblico – sulle spalle, ma è anche compartecipe (surplus strutturale delle partite correnti del 2,3 per cento del Pil, secondo la stessa Commissione europea) di una identica posizione. Questo significa forse, sperperare ulteriori risorse nella spesa corrente? Al contrario: significa finanziarie quelle riforme, a partire da quella fiscale, che sono in grado di mettere benzina nel motore. E quindi accrescere il potenziale di sviluppo, che è l’unica condizione per contenere il rapporto debito-Pil, in un orizzonte temporale coerente.

Tante idee, quindi, e tante suggestioni, nell’ultimo Bollettino della Bce. Basta saperle intendere. Ed avere la necessaria consapevolezza. Il quantitative easing, unito alle novità del quadro politico, ha ridotto gli spread sui titoli del debito pubblico italiano di oltre 100 punti base. Risultato importante. Ma anche per i limiti di cui si diceva all’inizio, la scelta è stata necessaria, ma non sufficiente. Per voltare pagina è necessaria una diversa politica economica. Che le élites del Paese ne abbiano consapevolezza.

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