Truppe Usa in Siria. L’ipotesi in campo (d’intesa con la Turchia)

Truppe Usa in Siria. L’ipotesi in campo (d’intesa con la Turchia)
Il Pentagono pensa all'invio di altri 150 militari in Siria per pattugliare il nord del Paese insieme alla Turchia. Ora Washington vuole accontentare Ankara

Il Pentagono è pronto per inviare altri 150 militari in Siria: si occuperanno del nordest del Paese, e avranno come incarico eseguire pattugliamenti sull’aerea delicatissima di confine insieme alle forze turche. Si tratta di un territorio che gli americani hanno liberato dall’occupazione dello Stato islamico insieme alle milizie curdo-arabe siriane – le hanno protette dall’alto e coordinate da terra, in un’attività ibrida che resterà (per il successo ottenuto) nei manuali di dottrina tattico-strategico militare, ma che ha fatto infuriare Ankara.

Per la Turchia quelle forze sono nemiche, cugine ideologiche dei curdi del Pkk, a cui danno aiuto e protezione appena al di là del confine, e che il presidente Recep Tayyp Erdogan ha inquadrato negli anni scorsi come i nemici da sconfiggere. Una linea politica utile anche al contenimento interno delle opposizioni (curde e non armate), attorno a cui si sono giocati i rapporti con gli Stati Uniti degli ultimi cinque anni. Relazioni che hanno visto i turchi sentirsi traditi dagli americani per l’attività con i nemici. Attorno a questo tema ruotano le vicende collegate all’acquisto degli S-400 russi da parte della Turchia e allo stop alle vendite imposto dagli americani sugli F-35 ordinati dalla Turchia: ossia la spaccatura che s’è creata tra due importanti alleati Nato.

Il nuovo schieramento di truppe, che non era stato precedentemente riportato fino a che non ne ha parlato il New York Times (senza per ora ricevere smentite), dovrebbe far parte di una serie in espansione di misure militari e diplomatiche che gli Stati Uniti intendono compiere per disinnescare le crescenti tensioni con la Turchia sul sostegno americano ai combattenti curdi siriani.

Le minacce di invasione turche della Siria nord-orientale sono stato l’argomento ricorrente dell’estate, fatto uscire con precisione propagandistica da Ankara. C’erano i precedenti nel cantone di Afrin, a ovest, e a Jarabulu a renderlo più consistente. Alla fine, dopo una serie di contatti politico-militari di alto livello, il Pentagono nelle ultime settimane ha deciso di organizzare voli di ricognizione congiunti e pattuglie di terra insieme ai militari turchi in una stretta zona cuscinetto all’interno della Siria. Se queste operazioni congiunte iniziali avranno successo, allora l’amministrazione americana approverà definitivamente il piano di cui parla il Nyt.

Due alti generali americani – Stephen Twitty dell’esercito e Thomas Bergeson dell’aeronautica, entrambi sotto il comando europeo del Pentagono – si sono incontrati questa settimana con le loro controparti turche ad Ankara per discutere degli equilibri futuri sia dal punto vista tecnico, sia nel quadro politico generale. Soprattuto davanti a una proposta avventata avanzata da Erdogan, che evidentemente ha cercato di approfittare della situazione e ha fatto capire di voler usare la zona cuscinetto per spostare circa un milione di profughi della guerra civile siriana attualmente ospitati nel proprio territorio. Il Pentagono ha diffuso una dichiarazione ufficiale del portavoce in cui si oppone a questa idea.

La stessa zona cuscinetto è un argomento di contrasto: i turchi propongono che sia profonda oltre 30 chilometri e lunga quasi 500 sul confine; secondo gli americani per la “security mechanism area“, come definita dal Pentagono, bastano poche miglia di profondità e una lunghezza che va da Tal Abyad a Ras al-Ayn (120 chilometri); i siriani da parte loro l’hanno già definita una violazione di sovranità, dato che quel territorio è teoricamente sotto l’amministrazione di Damasco.

L’invio di nuovi militari e il nuovo impegno americano in Siria sbatte con una dichiarazione del presidente Donald Trump, che a dicembre dello scorso anno aveva promesso che tutti i soldati americani presenti sul suolo siriano sarebbero rientrati nel giro di un mese. L’annuncio, di carattere elettorale, aveva avuto forti contrasti interni e adesso. A distanza di dieci mesi, le esigenze tattiche (come la guerra all’Is) o strategiche (come il bilanciamento mediorientale da giocare anche insieme ad Ankara), diventano preponderanti.

ultima modifica: 2019-09-13T08:50:07+00:00 da Ferruccio Michelin

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