Un bilancio del bilaterale Trump-Mattarella alla Casa Bianca con Dario Cristiani, fellow del Gmf e dello Iai. Lo status delle relazioni è ottimo, i dubbi per il memorandum con i cinesi sono superati. F-35, dazi, Turchia, Libia, ecco cosa unisce e cosa tiene ancora distanti Roma e Washington

Tempesta passata? Dopo mesi di incomprensioni, dubbi reciproci e infatuazioni (cinesi) fra Italia e Stati Uniti sembra sia tornato a splendere il sole. Il bilaterale alla Casa Bianca fra Donald Trump e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella conferma il buono stato delle relazioni bilaterali. Sullo sfondo rimane la contro-inchiesta sul caso Russiagate del procuratore generale William Barr che vede coinvolto come collaboratore delle indagini il governo italiano. Ma sul resto dei dossier, spiega a Formiche.net Dario Cristiani, fellow del German Marshall Fund e dello Iai (Istituto affari internazionali), l’incontro nello Studio Ovale ha aperto più di uno spiraglio.

Un bilancio della visita?

Credo che si possa parlare di un incontro positivo per l’Italia. Le parole del Presidente americano, al netto di una serie di considerazioni che probabilmente devono essere lette nella logica della campagna elettorale per il 2020– come quelle molto perentorie sui dazi e sull’impegno nel Mediterraneo – hanno mostrato una certa attenzione per le necessità italiane, e un riconoscimento della bontà delle relazioni. Anche le sensazioni – parlando con esperti e funzionari a D.C. – sono positive.

Come è vista Italia a Washington Dc in questo momento?

Sia nelle parole ufficiali, sia nei discorsi nel mondo diplomatico e dei think tank qui a Dc, l’immagine è quella di un alleato affidabile. La tempesta post-memorandum con la Cina, come ho detto, è passata.

Trump ha smentito i timori della vigilia del governo italiano?

Due sono i temi cruciali toccati da Trump. Il primo riguarda la disputa commerciale. Il presidente ha detto chiaramente che prenderà in considerazione le richieste italiane rispetto alla divisione delle quote per il pagamento dei dazi che l’America può imporre come sanzione per i sussidi Airbus, il cui consorzio era formato da Regno Unito, Francia, Germania e Spagna. Credo sia un’apertura importante.

La questione dei dazi è davvero superata?

Non ancora. Trump ha investito molto sui dazi in campagna elettorale e deve mostrarsi intransigente di fronte ai contribuenti americani. Questo rimarrà un suo cavallo di battaglia anche nei prossimi mesi. Il presidente ha tuttavia annunciato che prenderà in considerazione le rimostranze italiane. Credo che nel mirino della Casa Bianca al momento ci siano più Parigi e Berlino che Roma.

Insomma, un’esenzione dei prodotti italiani è fuori portata.

Probabilmente non si potranno evitare del tutto i dazi. Anche perché esiste un problema strutturale di deficit commerciale e barriere all’ingresso di prodotti americani nel mercato Ue. Diciamo che la portata delle misure per l’Italia potrebbe essere meno ampia del previsto.

Torniamo a Trump.

Credo sia visibile la soddisfazione americana rispetto alle decisioni italiane sul 5G. Da questo punto di vista gli allarmi e le preoccupazioni espresse da molti qui a Washington dopo il memorandum firmato dall’Italia con la Cina a marzo, se non svanite del tutto, si sono quanto meno profondamente affievolite.

Il decreto cyber ha aiutato?

Diciamo che sul 5G l’Italia potrebbe ritagliarsi uno spazio di traino – rispetto ad altri paesi europei – nel supportare le richieste americane sulla sicurezza delle reti informatiche.

Che dire degli F-35? Trump si è detto soddisfatto delle aperture italiane.

Credo che sulla questione degli F35 le recenti parole del ministro della Difesa Lorenzo Guerini abbiano fugato definitivamente i dubbi, in gran parte provenienti dai 5 Stelle, sulla partecipazione dell’Italia al programma.

Veniamo ai dossier comuni in politica estera. Sulla Turchia Mattarella non ha usato i guanti.

A Washington c’è viva preoccupazione per l’impatto che il conflitto può avere sulla sicurezza ad ampio raggio nel Mediterraneo e su una rinascita dello Stato islamico.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha firmato il blocco dei contratti per la vendita di armi ad Ankara. Strategia vincente?

Gran parte degli analisti politici americani concorda che colpire la Turchia con sanzioni economiche e il blocco della vendita di armi difficilmente fermerà il governo di Erdogan, che vede nella lotta contro il Pkk – e non i curdi nella loro dimensione di popolo, elemento spesso trascurato – un obiettivo strategico improrogabile. Simili misure peraltro rischiano di alienare un potenziale partner in altri teatri strategici, come la Libia, dove gli interessi italiani e turchi sono spesso convergenti.

A proposito, l’Italia deve aspettarsi un aiuto concreto dagli americani in Libia?

L’America, Trump lo ha ribadito più volte, non vuole ritrovarsi impegnata in guerre che si combattono “7.000 miles away”, questo vale anche per la Libia. È vero però che ultimamente la posizione americana sulla crisi libica ha subito un’evoluzione.

Cioè?

L’amministrazione Usa ha mostrato un supporto più convinto per il governo di Tripoli riconosciuto come legittimo dall’Onu, il Gna. L’Italia ha certamente avuto un ruolo. I recenti bombardamenti di Africom contro lo Stato islamico in Libia coordinati con il Gna suggeriscono che Washington continuerà a mettere a disposizione supporto logistico e militare per questo tipo di missioni.

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