Un ritratto del ministro della Repubblica islamica dalle visioni pragmatiche, che preoccupa i conservatori in vista delle elezioni presidenziali del 2021. Storia, idee e ambizioni del 'Macron d'Iran'

È l’unico ministro iraniano nato dopo il 1979 (l’anno cruciale per il Paese, quello della rivoluzione khomeinista), un lungo ritratto su Foreign Policy lo descrive come il Macron d’Iran, un pragmatico a Teheran, potenziale candidato per le prossime presidenziali del 2021: Mohammad Javad Azari Jahromi. Il trentasettenne ministro delle Telecomunicazioni è uno che dice di essere attivo su Twitter per dimostrare a tutti che lui non crede nella necessità di limitare l’utilizzo dei social network. Visioni che suonano certamente forti all’interno di un regime che cerca continuamente di controllare i propri cittadini — anche online: Twitter e Facebook sono off limit. E invece lui è sempre pronto a rispondere alle menzioni che arrivano dai propri cittadini che twittano di straforo attraverso le Vpn.

Dal ministero che occupa, un tempo un dicastero con mansioni poco più che tecniche, prova a dimostrare come oltre ai Pasdaran a Teheran ci sia una dimensione sociale forte che vorrebbe un Iran diverso. D’altronde ne sono dimostrazione le proteste in Iraq e Libano, dove tra gli slogan contro i governi locali si sentono spesso quelli anti-Iran. La Repubblica islamica ha una forte penetrazione nei due paesi, li usa come sfere d’influenza regionale. Ne gestisce decisioni e dinamiche politiche ed economiche interne attraverso il controllo esercitato tramite partiti armati, Hezbollah in Libano, la miriade di milizie sciite irachene. Secondo uno scoop di Reuters sarebbero stati i loro cecchini a sparare contro i manifestanti, senza autorizzazione di Baghdad, ma forse con coordinamento da Teheran. Dozzine i manifestanti uccisi.

Jahromi dalle Tlc — settore che conosce, perché l’ha seguito anche nel precedente incarico ricoperto nell’intelligence — guida quello che adesso è diventato un polo economico che gli permette di entrare costantemente in contatto con i mondi più freschi della società iraniana, che detestano certe linee di politica internazionale intraprese dalla teocrazia. L’idea di avere una postura internazionale a carattere regionale come se l’Iran fosse una grande potenza, investimenti sulle armi e su quei giochi di influenza armati, miliardi spesi per l’idea di dotarsi della deterrenza nucleare. Tutto mentre in tratti del Paese si soffrono condizioni di vita da regioni sottosviluppate.

È quella situazione generale che ha già portato i cittadini iraniani in piazza mesi fa, manifestazioni soppresse con la forza dalle autorità. Il malcontento colpisce particolarmente i giovani che si vedono crescere all’interno di un quadro che segna il loro futuro. La miccia è facile da accendere (le proteste in Libano negli ultimi dieci giorni sono state innescate dall’annuncio di una nuova tassa giornaliera per l’uso di WhatsApp: i militanti di Hezbollah pattugliano minacciosi i manifestanti, ma questi ultimi sono numericamente superiori, non solo in strada, e sembrano non temerli).

C‘è un quadro in cui molti iraniani, ma anche libanesi o iracheni, non credono. Jahromi lo percepisce. È un osservatore privilegiato anche perché dai suoi uffici passano progetti come le start-up Snapp e Tap30, gli equivalenti iraniani di Uber con milioni di utenti e di guadagni potenziali. Ingegnere elettronico laureato alla  Power and Water University of Technology di Teheran, il ministro sta anche lavorando per creare gli spazi adatti all’apertura di siti come YouTube. “Il giovane ministro”, come lo chiamano i media di Teheran (mai troppo teneri con lui), ha chiare discrepanze e ambiguità.

“Ho ricevuto richieste da parte della gente per correre alle elezioni, ma non ci ho mai pensato”, dice al giornalista di Foreign Policy che lo ha intervistato: “Questo deriva dalla necessità della società di vedere presto un grande cambiamento”, qualcosa che molti credono accadrà solo se i giovani entreranno in politica, spiega.

Contro di lui i conservatori stanno concentrando il lavoro in vista delle prossime elezioni. Jahromi si è sempre sganciato dalle categorie politiche iraniane, riformisti contro conservatori, ha una visione pragmatica, macroniana appunto, che però potrebbe rivelarsi problematica più per le posizioni più oltranziste e reazionarie. Sebbene dei riformisti sia espressione, sebbene molti non lo accettino fin dall’inizio. E con questi messi in crisi dalla disillusione che accompagna la seconda presidenza Rouhani, questa in corso, gli spazi per il ministro potrebbero esserci realmente. Gli iraniani hanno già dato prova, proprio con la prima elezione di Hassan Rouhani, di cercare qualcosa di più.

L’errore dei conservatori sta forse nell’essersi fatti un’idea sbagliata del loro popolo in questo momento. Pensare che possa esserci una magnetizzazione del consenso davanti all’insoddisfazione provata per Rouhani. E invece gli iraniani potrebbero essere delusi perché il presidente non è stato in grado di obliterare sufficientemente i leader della linea dura. Jahromi viaggia lateralmente a questo schema, ha scelto di legarsi politicamente alla gente comune piuttosto che alle élite. Quelle che da entrambi i lati hanno suscitato l’insoddisfazione della gente negli ultimi anni. Fatti specifici, come il blocco di Instagram o Telegram, su cui Jahromi si è esposto contro i giudici che lo ordinavano. Mossa che lo ha messo dalla parte dei cittadini, e contro il potere giudiziario, che in Iran è gestito direttamente dalla Guida suprema.

Ma il ministro sa anche affrontare questioni di sicurezza nazionale, senza dimenticarne la profondità. Ha preso più volte posizioni dure contro le politiche americane con l’Iran e ha sostenuto le attività del ministro degli Esteri, Javad Zarif, compagno di Twitter e voce internazionale delle linee più pragmatiche iraniane.

“Abbiamo affrontato ripetutamente attacchi informatici da un numero di attori, in particolare dagli Stati Uniti. Finora, il governo degli Stati Uniti ha fatto molti tentativi per interrompere le reti iraniane di energia, petrolio e difesa.  Per contrastare tali attacchi abbiamo istituito un particolare dipartimento sotto il nome di Dojfa [roccaforte]”, ha detto Jahromi nell’intervista a FP, mentre negava le notizie su un attacco informatico di successo contro l’Iran dopo che Teheran ha abbattuto un drone statunitense nel Golfo Persico.

Atteggiamento da politico di qualità: far sapere ai cittadini che il suo compito in quel ministero riguarda anche la sicurezza, cyber, del paese. D’altronde è stato lui a guidare i contatti con Russia e Cina nel settore nevralgico delle telecomunicazioni, sempre lui a portare la Huawei a Teheran (tema 5G) e offrire alla ditta cinese una cooperazione da cui sono nati quattro nuovi modelli di smartphone. Jahromi ha anche guidato iniziative simili con Turchia e Azerbaijan. “L’economia digitale è il futuro del mondo. Dovremmo ridurre la nostra dipendenza dal petrolio. La trasformazione digitale è veloce […] e non dovremmo perdere il treno”.

(Foto: Twitter, @azarijahromi)

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