I due Matteo restano accomunati dalla sostanziale mancanza di autocritica - una vera risorsa in politica per non commettere di nuovo gli errori compiuti nel passato – e da una dialettica tutto sommato speculare. L'analisi di Antonucci

Il cerimoniale del duello verbale tra i due Matteo della politica italiana, Renzi e Salvini, si è consumato ieri sera nella più liturgica delle sedi della comunicazione italiana: quel Porta a Porta di Bruno Vespa che ha attraversato tutte le situazioni della politica dalla Prima Repubblica ad oggi. La liturgia, condotta sottilmente da Vespa, con il supporto di due direttori di stampa nazionale, Michele Brambilla di Quotidiano Nazionale e Maurizio Molinari della Stampa (nella veste dei due testimoni/padrini del duello), ha percorso in modo standardizzato tutte le fasi del raffronto tra i due leader più mediatici che la politica italiana abbia mai avuto: la presentazione delle schede personaggio; l’introduzione di domande abbastanza aperte su temi in grado di suscitare lo scontro, più che il dialogo tra i due protagonisti; una moderazione dei turni di parola più attenta al minutaggio che ai contenuti.

I “due Matteo” non si sono risparmiati allo show, seguendo la media logic di un evento che ha più ripercussioni mediatiche che politiche. Sono stati lanciati fendenti comunicativi degni di nota, sicuramente non riutilizzabili in alcun altro contesto della vita pubblica italiana (mancava solo la scritta in sovraimpressione “Il pubblico a casa è invitato a non usate questo linguaggio nelle riunioni di lavoro, all’assemblea di condominio o in discussioni per il parcheggio”).

Renzi ha accusato Salvini di “aver lanciato diktat dal Papeete”; di “avere uno stomaco di amianto dopo essersi mostrato a mangiare in tutte le sagre d’Italia, nemmeno fosse un esponente di una pro loco”; “di non considerare il confronto politico come Instagram, qui c’è gente che ha studiato e risponde!” e di “essere un sempliciotto da sovranismo balneare”. Dal canto suo Salvini ha lanciato a Renzi fendenti verbali quali: “Sei un genio incompreso, gli italiani non ti hanno capito e hai un partitino da 4%”, “Ma hai acqua o alcool nel bicchiere di fronte?”, “Siamo diversi, tu sei l’uomo del passato, io quello del futuro”. Uno scontro in piena regola, quindi? In realtà, politicamente la sensazione di fondo è quella di essere di fronte ad un incontro di wrestling (nel fango?), tanto spettacolare quanto nella sostanza falso, più che di un duello con delle regole e con un esito.

I due Matteo restano accomunati dalla sostanziale mancanza di autocritica – una vera risorsa in politica per non commettere di nuovo gli errori compiuti nel passato – e da una dialettica tutto sommato speculare. In quest’ultimo ambito Salvini dimostra di conoscere meglio la psicologia di massa dell’elettorato, quando propone argomenti e ragionamenti più basici che semplificati (“io porto risultati, dati, fatti” sottolineato con lo schiocco delle dita di una mano). Renzi, dal canto suo, manifesta una migliore retorica nella presentazione dei temi – con qualche accenno persino lirico in materia di barconi in mare – e una più forte capacità di coinvolgimento, da vero capo scout che deve farsi seguire fino alla meta dell’escursione); sceglie tuttavia in modo meno efficace ambiti e tematiche (quota cento, emergenza sbarchi, la visione di Europa) per fare breccia nell’opinione pubblica italiana. Insomma, se Salvini ha frequentato troppo la base elettorale degli italiani in vacanza per sagre, Renzi sembra aver passato troppo tempo in sale di attesa di aeroporti internazionali mentre si recava a conferenze globali; verrebbe quasi da consigliare loro di invertire i ruoli, per accrescere la rispettiva conoscenza della pancia votante del paese (Renzi) e del complesso sistema di regole e precetti per la guida di uno Stato del G20 (Salvini).

Solo su un tema i due Matteo sembrano trovare una posizione comune: la distanza quasi psicologica (assai mal dissimulata dal Matteo di governo) per la figura di Conte, il quale, mentre i due leader di Lega e Italia Viva erano in onda su Rai1, guidava il più lungo e complesso Consiglio dei ministri dell’anno, quello della manovra di bilancio. L’inizio di un’azione politica diversa, e sicuramente anche uno strumento decisivo per lanciare un’agenda comunicativa nuova e diversa per i prossimi mesi.

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