Hong Kong. Gli effetti a lungo termine delle proteste sull’economia

Hong Kong. Gli effetti a lungo termine delle proteste sull’economia
Ci sono diverse ragioni che possono incitare Pechino alla cautela. Buona parte dell’élite cinese possiede capitali a Hong Kong, e le aziende della Cina continentale hanno guadagnato il 67,5% della loro mercatizzazione con la Borsa della città. L'intervento di Oriana Skylar Mastro, China military specialist della Georgetown University

Ad oggi ci sono poche probabilità che la Cina usi la polizia militare (Polizia armata del popolo, Pap) in luogo della polizia civile di Hong Kong per reprimere le proteste. La prima ragione è che la Cina vorrebbe comunque evitare di utilizzare la forza. I costi economici sarebbero elevati. Buona parte dell’élite cinese possiede capitali a Hong Kong; inoltre Hong Kong è un luogo sensibile per quanto riguarda la corruzione fra la leadership del Partito comunista cinese, un altro aspetto che può incitare la cautela. Reuters ha riferito che nel giugno del 2019 alcuni tycoon di Hong Kong hanno cominciato a spostare le loro personali finanze offshore per evitare interferenze cinesi sui loro beni. La destinazione preferita sembra essere Singapore.

Tuttavia, la maggior parte dei capitali si trova in banche mondiali e non in conti di risparmio di Hong Kong. Dal punto di vista finanziario, dunque, la questione più preoccupante riguarda gli effetti a lungo termine delle proteste sull’economia cittadina. Le riserve di Hong Kong hanno perso quasi 500 miliardi di dollari di valuta da quando le proteste hanno avuto inizio, a giugno. Il 71,5% degli investimenti esteri diretti assorbiti dalla Cina nel 2018 è arrivato proprio attraverso Hong Kong; le aziende della Cina continentale hanno guadagnato il 67,5% della loro mercatizzazione con la Borsa di Hong Kong. L’utilizzo della forza dimostrerebbe infine che il Partito comunista ha fallito nel conquistare i cuori e le menti degli abitanti della città in questi 22 anni.

La seconda ragione è che la Cina ha altre opzioni che è probabile utilizzi prima di una vera e propria repressione. Il governo di Hong Kong potrebbe istituire un coprifuoco, dato che gli atti di violenza accadono soprattutto fra le 11 e le 15. Può anche essere imposta la legge marziale. Il governo di Pechino potrebbe rimpiazzare il capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, oppure incrementare l’uso di metodi repressivi, facendo utilizzare alla polizia più gas lacrimogeni e proiettili di gomma, coinvolgendo nelle manifestazioni più teppisti e cercando al contempo di evitare più vittime. Se ciò non dovesse verificarsi, le proteste continuerebbero, le manifestazioni crescerebbero, diventando più insistenti, con altri danni alla proprietà. Se la polizia di Hong Kong non dovesse sembrare in grado di gestire la situazione, allora Pechino potrebbe considerare di utilizzare la forza.

Inoltre, qualora le proteste minacciassero di espandersi nella Cina continentale, anche se per ora non ci sono segnali che ciò possa avvenire, le possibilità di un serio giro di vite aumenterebbero esponenzialmente. Ma è improbabile che le proteste si propaghino al continente. Tanta della popolazione cinese nutre poca simpatia per i manifestanti, che molti vedono come separatisti irriconoscenti, facinorosi e viziati. Una lettura comune ritiene che l’esposizione di Hong Kong ai valori occidentali, insieme a una certa arroganza dovuta alla prosperità economica, abbia confuso la popolazione, che dovrebbe invece dare la priorità alla crescita rispetto ai diritti individuali.

Slogan virali come “Vergogna Hong Kong” e “Sono con la polizia di Hong Kong, picchiateli tutti se volete” sono stati condivisi milioni di volte su Instagram e Weibo. I media ufficiali danno la colpa delle proteste alla mano dell’interferenza straniera, ovvero agli Stati Uniti, e ai cosiddetti teppisti criminali di Hong Kong. Una popolare teoria cospirativa ritiene che la Cia abbia incitato e finanziato i manifestanti di Hong Kong, che chiedono l’abrogazione della legge sull’estradizione e la possibilità di eleggere i propri rappresentanti. I media ufficiali hanno chiesto ai sostenitori di Pechino a Hong Kong di difendere con forza la madrepatria.

Qualora Pechino decidesse di usare la forza contro i manifestanti, vi sarebbero due modi con cui potrebbe farlo secondo la Basic law di Hong Kong. L’articolo 14 di quest’ultima afferma che “il governo della regione ad amministrazione speciale di Hong Kong ha facoltà, quando necessario, di richiedere al governo popolare centrale sostegno da parte della guarnigione dell’Esercito popolare di liberazione al mantenimento dell’ordine pubblico e al soccorso in caso di catastrofe naturale”. Pechino potrebbe incoraggiare Carrie Lam a fare tale richiesta prima che la forza venga effettivamente utilizza, per dare almeno l’apparenza di agire secondo la Basic law.

La Cina può in ogni caso passare all’utilizzo della forza anche senza questo passaggio qualora l’Assemblea nazionale del popolo dichiarasse lo stato di emergenza. Non vi sono però, a mio avviso, disposizioni in tal senso per la Polizia armata del popolo (Pap), le cui forze si stanno radunando a Shenzhen. I più, tuttavia, ritengono che le restrizioni della Basic law si applichino generalmente proprio all’utilizzo della forza. La Pap si sta d’altro canto segretamente integrando fra le Forze di polizia di Hong Kong, e dunque sta venendo di fatto utilizzata. In ogni caso, è probabile che la Cina spedisca la Pap e non le Forze armate.

Xi Jinping sarebbe colui che deve prendere le decisioni finali. I costi dal punto di vista delle relazioni internazionali non sono la preoccupazione principale, in quanto gestibili, cosa che il deterioramento dell’autorità politica non è. Sotto il primo aspetto, infatti, la crisi di Hong Kong potrebbe non avere un grande impatto se continuerà la postura attuale rispetto alle proteste. I video delle Forze di polizia al confine non hanno generato reazioni particolari. Certo, se la reazione cinese diventasse più dura, potrebbe complicare le cose e generare reazioni da parte della comunità internazionale la quale, tuttavia, non entra nella politica interna.

Un aspetto difficile da prevedere delle proteste è l’impatto che queste potrebbero avere sull’attuale confronto fra Cina e Stati Uniti, soprattutto perché la crisi procede mentre le dinamiche commerciali evolvono con rapidità. Il presidente Trump, come nel caso dei rapporti con il leader nordcoreano, non ha menzionato la questione dei diritti umani. La vicenda attiene al business e per questo ha rilevanza per il presidente. Se dovesse cambiare linea e usare la carta dei diritti umani potrebbe utilizzare bene l’argomento. Pechino potrebbe d’altro canto accettare le richieste di democrazia dei manifestanti, ma dipende dalla persistenza della protesta. Hong Kong è considerato un fattore di rischio dalla Cina; in passato ci sono stati leader in prigione e repressioni delle proteste di studenti. D’altra parte, la capacità della protesta dipende dalle concessioni che ritiene di poter avere e dalla protezione internazionale di cui ritiene di godere.

Il più grande quesito, infine, riguarda cosa faremo noi, come Paesi che si ispirano ai valori della libertà (come Usa, Canada e Europa, Italia compresa), nel caso in cui la Cina decida di usare la forza. Una risposta a sua volta di forza non è accettabile. Lo strumento migliore per colpire Pechino sarebbe allora un embargo tecnologico, da adottare in modo condiviso e univoco per portare la Cina al rispetto dei diritti umani.

ultima modifica: 2019-10-20T09:20:55+00:00 da Redazione

 

 

 

 

 

 

 

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