Guardando al suo interesse, Erdogan ha dovuto comunque ingoiare il rospo della tregua davanti agli Usa. Oggi si sfoga con Trump e contemporaneamente offre un colloquio ai russi

Oggi il capo di Stato turco, Recep Tayyip Erdogan, s’è voluto sfogare pubblicamente di aver accettato le pressioni americane di ieri, quando davanti alla visita di una delegazione di massimo livello – guidata dal vicepresidente Mike Pence – s’è trovato costretto a ordinare la sospensione momentanea (per 120 ore) e parziale dell’offensiva contro i curdi. Non fosse passata la proposta di Pence, la Turchia sarebbe finita sotto sanzioni Usa, e per Ankara non sarebbe stata la scelta migliore adesso.

In fin dei conti, il perimetro noto dell’accordo non è nemmeno troppo male per la Turchia, dato che ha affidato agli americani il compito di spostare i curdi a una profondità superiore a 30 chilometri. Dunque, passati questi cinque giorni di pausa, se i turchi riprenderanno gli attacchi potranno dire ‘ve l’avevamo detto’.

Ma Erdogan e il suo potere vivono di immagine, e ieri la sua faccia spiegava che ha dovuto ingoiare il rospo e accettare di piegarsi alla potenza statunitense, però oggi è un altro giorno e per scaricarsi ha parlato davanti ai giornalisti. E ha cominciato col prendersela con la lettera che Donald Trump gli ha inviato il 9 ottobre, il giorno in cui Ankara aveva lanciato l’attacco in Siria di cui il presidente turco e il suo omologo statunitense avevano parlato al telefono tre giorni prima – e il turco aveva ricevuto l’ok dell’americano che forse pensava che l’altro stesse esagerando, bluffando, oppure non ne aveva valutato le conseguenze.

Trump, in quella lettera che i media americani hanno ottenuto soltanto il 16 ottobre, scriveva cose strane: sembrava supplicare Erdogan di non procedere, “facciamo un buon accordo”, gli diceva di “non fare lo sciocco”, “non voglio prendermi la responsabilità di distruggere l’economia turca – e lo farò”, poi chiudeva con un “ti chiamo dopo”. Qualcosa di mai visto su carta intestata della White House. Erdogan la riprende adesso, a distanza di giorni, dicendo che ci vuole rispetto, che il presidente americano non è abituato ai protocolli della relazioni tra Stati (certamente lui lo è di più, visto che dal 2003 non ha mai lasciato il potere, usando anche metodi non proprio ortodossi per mantenerlo).

Val la pena ricordare che questa critica sulla lettera di Trump arriva a poche ore da un commento acido diffuso dal Cremlino, con il portavoce Dmitri Peskov che gira il coltello in una piaga americana: il presidente è accusato anche negli Stati Uniti, e in forma bipartisan – sebbene i Repubblicani evitino spesso esposizioni in pubblico – di essere poco presidenziale, appunto. Il portavoce di Vladimir Putin, uno che del protocollo fa religione, allora dice: “Non si incontra spesso un linguaggio simile nella corrispondenza tra capi di Stato. È una lettera molto insolita”. Sembra come se Erdogan fosse stato ispirato, o che ci fosse coordinamento.

Oggi da Mosca sono arrivati dubbi sulla tregua. Il Cremlino dice che vuol capirne i dettagli. Ed è normale, perché in questo momento attorno al nord siriano c’è una rincorsa al potere, una volontà di muovere le proprie sfere di influenza. Ma forse quei dettagli non serviranno. Perché Erdogan potrebbe già aver violato la tregua (ci sono stati attacchi di artiglieria, dicono le fonti dal campo), ma soprattutto perché nella conferenza stampa di oggi ha detto anche che vuole raggiungere un accordo con Putin sul ritiro delle formazioni curde da Manbij e da altre aree momentaneamente occupate da Damasco.

L’obiettivo di Ankara – anche con la Russia, che ora in quell’area ha più presa e più interessi – è distanziare i curdi e crearsi quella zona cuscinetto, lo stesso deciso con gli americani ieri e su cui Trump ha commentato a caldo: occorre “ripulire” l’area (scivolone nel linguaggio, un altro, se si pensa che la principale accusa contro il piano di Erdogan nel nord della Siria è proprio il tentativo di fare una sorta di pulizia etnica). Parlava da Dallas, durante una manifestazione elettorale, e ha aggiunto che “a volte devi lasciarli combattere come due bambini”, a proposito di una guerra tra Turchia e curdi, “poi li dividi”.

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