Conversazione di Formiche.net con Matteo Bressan, analista e componente del comitato scientifico della Nato Defense College Foundation, autore insieme a Laura Tangherlini di 'Libano nel baratro della crisi siriana'

Per la prima volta, in Libano, ci si trova di fronte “a manifestazioni che non sono politiche, ma partono davvero dal basso, dagli ultimi, da tutti coloro che si sentono marginalizzati e penalizzati, soprattutto economicamente, dalla situazione attuale e dal sistema confessionale”.
A crederlo è Matteo Bressan, analista e componente del comitato scientifico della Nato Defense College Foundation, autore insieme a Laura Tangherlini di ‘Libano nel baratro della crisi siriana’ (Poiesis 2014), che in una conversazione con Formiche.net commenta le proteste nel Paese e spiega: senza riforme o cambiamenti veloci, si rischia “il crollo economico, che nel caso di Beirut potrebbe far sembrare lieve quanto già accaduto in Grecia”.

Bressan, che cosa sta succedendo in Libano?

Siamo di fronte a una protesta senza precedenti, ben diversa da qualsiasi cosa vista sinora nel Paese, compresa la Rivoluzione dei cedri del 2005.

Quali sono le peculiarità di questa protesta?

Diverse. Sin dall’inizio questa protesta – che si è svolta sinora con pochissimi incidenti – sta avendo carattere interconfessionale con la partecipazione indistinta e unita di cristiani maroniti, sciiti, sunniti e drusi. E ogni comunità religiosa sta contestando i suoi riferimenti politici e chiede che non ci siano bandiere di nessun partito. E, quando qualcuno ha provato a infiltrarsi usando simboli politici, sono stati gli stessi manifestanti, appoggiati – cosa inedita – dall’Esercito, a farli fuoriuscire. Un altro segnale importantissimo del cambio di clima.

Contro che cosa protestano?

Anche questa è una novità. Per la prima volta siamo di fronte a manifestazioni che non sono politiche, ma partono davvero dal basso, dagli ultimi, da tutti coloro che si sentono marginalizzati e penalizzati, soprattutto economicamente, dalla situazione attuale. Quello che succede ora è legato alla crisi economica, alla corruzione, all’assenza di riforme e al sistema confessionale, che se da un lato è garanzia di rappresentanza – un modello sul quale sono anche state spese lodi da parte di altri Paesi – dall’altro è l’unico criterio di selezione della classe dirigente.

Si tratta di una protesta anti-establishment?

Sì, nel senso che la gente si oppone al modello attuale. E non ha tutti i torti. La crisi economica è ormai gravissima ed è potenzialmente la più esplosiva a livello sociale negli ultimi 15 anni. La banca centrale non ha più riserve ad eccezione dei risparmi dei libanesi. E, se non ci saranno le riforme attese, il Paese potrebbe non beneficiare degli 11 miliardi di dollari che i donatori internazionali hanno stanziato, ma che sono vincolati a un cambiamento reale nel modo di gestire la cosa pubblica.

Che cosa chiedono i manifestanti?

C’è una piattaforma con proposte precise, che circola online. Naturalmente va presa con beneficio di inventario, ma sintetizza bene che cosa si muove dietro questa protesta. Si chiede che nessuno dei partiti al potere resti al suo posto, che non ci sia essere nessun gruppo armato o milizia a eccezione delle forze armate libanesi, che gli ex politici non ricevano nessun vitalizio, che si eleggano solo persone preparate e che ci siano più donne nella compagine di governo, che ci sia una destrutturazione dei modelli religiosi che dovranno essere adottati solo nella dimensione educativa e spirituale, che dalle tv e dai social media siano banditi religiosi ed ex politici. Alcuni dicono che addirittura che debbano essere creati nuovi partiti che sostituiscano in blocco i precedenti.

E il governo è disposto a concedere tutto ciò?

Naturalmente queste richieste – che, ripeto, non rappresentano tutti probabilmente ma sono un po’ una sintesi di tante speranze – è complesso se non impossibile applicarle in blocco. Ma sono sintomatiche e riprendono molti slogan sentiti nelle piazze del Paese. Detto ciò il governo – che potrebbe anche subire un rimpasto con importanti uscite o, si ipotizza, potrebbe anche diventare un esecutivo tecnico con la guida sempre di Saad Hariri – cercherà di tenere insieme le richieste del popolo con il desiderio dell’establishment di restare al potere. Difficile, tuttavia, capire cosa succederà perché le proteste, così come la situazione politica, potrebbero cambiare da un momento all’altro.

Qualcuno dall’esterno potrebbe approfittare della crisi del Paese?

In questo momento credo che l’annosa questione di chi vuole imporre dal di fuori l’agenda al Libano non regga, perché è la piazza stessa che è fuori dai circoli di chi potrebbe orientare in un modo o nell’altro la politica estera di Beirut. Per i manifestanti la vera emergenza è il crollo economico, che nel caso libanese potrebbe far sembrare lieve quanto già accaduto in Grecia.

(foto di Alessandro Balduzzi – riproduzione riservata)

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