F-35 significa sicurezza nazionale. Lo ricorda il generale Preziosa

F-35 significa sicurezza nazionale. Lo ricorda il generale Preziosa
“Una riduzione dei 90 F-35 previsti innescherebbe un conseguente abbassamento dei livelli di sicurezza nazionale”. Conversazione con l'ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, che ricostruisce le esigenze operative alla base della scelta sul caccia di quinta generazione. Intanto, il mondo va avanti e l'Italia “resta in ritardo”

La competizione strategica globale si muove tra ipersonico e sesta generazione. Eppure, l’Italia resta ferma a discutere sui numeri della quinta, con un dibattito che appare “datato” e che dimentica l’esigenza operativa che portò, dopo attente valutazioni tecniche, a scegliere l’F-35. È il punto del generale Pasquale Preziosa, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, che Formiche.net ha raggiunto per cercare di capire l’origine dell’adesione italiana al programma Joint Strike Fighter, forse troppo spesso dimenticata dal dibattito politico. Oltre gli impegni di spesa, infatti, ci sono da considerare le esigenze operative delle Forze armate, nonché i ritorni di lavoro per l’industria nazionale. Senza questi elementi, il dibattito potrebbe risultare sterile. L’ultima puntata si muove in questa direzione, con il premier Giuseppe Conte costretto a dirsi d’accordo (attraverso “fonti di palazzo Chigi”) sulla rinegoziazione del programma dopo la “sorpresa” del M5S per le rassicurazioni che avrebbe dato a Mike Pompeo sul mantenimento degli impegni previsti.

Generale, da dove nasce l’esigenza di dotare le Forze armate italiane dell’F-35?

L’esigenza di un velivolo di quinta generazione è nata dalla costatazione che i velivoli di quarta non erano più sufficienti per far fronte alle minacce concretatesi già in alcune aree, una delle quali era Kaliningrad, dove la potenza missilistica di difesa non avrebbe consentito alcuna sopravvivenza ai velivoli di quarta generazione. Come Kaliningrad, anche in altre aree del globo era già presente questo scenario. Il secondo elemento fondamentale è che il concetto della minaccia, dopo la caduta del muro di Berlino, si è trasformato in competizione strategica, dove chi perde in campo militare, perde e basta. La risposta a questa insufficienza delle forze aeree è stata affidata alla creazione di velivoli che potessero essere efficaci per questa nuova tipologia di minaccia. L’F-35 è stata la risposta.

Una scelta che ha origini profonde dunque.

Certo, non senza risposte tra l’altro. Consci della mossa occidentale con la costruzione della quinta generazione, sia la Russia, sia la Cina, grandi competitori strategici dell’Occidente, hanno cercato in tutti i modi di poter raggiungere le stesse capacità occidentali, utilizzando la nuova guerra ibrida cibernetica in atto ormai da qualche anno. Attraverso il furto cibernetico di alcune proprietà intellettuali appartenenti all’Occidente, oggi russi e cinesi schierano i propri velivoli, rispettivamente J-20 e SU-57, i quali stanno seguendo la linea occidentale della quinta generazione.

Ciò sta determinando nuovi avanzamenti?

Sì. Stante la competizione strategica e la violazione cibernetica effettuata dai competitori, gli Stati Uniti si sono mossi per tempo per lanciare una nuova generazione di velivoli, la cosiddetta sesta generazione, con caratteristiche di digital engineering, intelligenza artificiale, nuove armi di precisione (cinetiche e non), network espansi e nuovi motori. Eppure, al momento attuale, la quinta generazione risulta l’unica capacità militare dell’aviazione idonea per essere efficaci ed efficienti. Ciò chiude il discorso dal punto di vista operativo. Coloro che entreranno in zone A2AD (aree di diniego d’accesso, ndr) con velivoli che non siano di quinta generazione sono destinati a essere abbattuti.

E per quanto riguarda l’Italia? Cosa c’è alla base delle decisione di aderire al programma?

L’Italia, con le proprie forze armate, ha sempre operato in accordo ai principi ispirati dalla sicurezza nazionale per il nostro Paese. Il programma F-35 e il rafforzamento dei rapporti transatlantici sono da individuare nella componente politica, con la giusta scelta fatta allora dal ministro Andreatta di mandare le istituzioni militari a Washington per discutere la nostra partecipazione a un velivolo innovativo ed efficace da presentare nei 15 anni successivi al suo concepimento. L’origine è stata politica, mirata a garantire al nostro Paese il livello di sicurezza nazionale necessario per la competizione strategica.

E per quanto riguarda i numeri? In origine erano 131, poi ridotti a 90.

La valutazione numerica seguiva precise analisi tecniche sulla competizione strategica e sulla minaccia. Con la caduta del Muro di Berlino, tutte le Forze armate, in Europa e Stati Uniti, hanno ridotto i livelli di piattaforme disponibili. Per l’Aeronautica militare, a fronte di 253 velivoli allora in dotazione (considerando Tornado, Amx e gli Harrier della Marina), furono analizzati in proiezione gli scenari futuri e fu valutata congrua una riduzione a 131. Qui finiva la competenza tecnica.

E poi che è successo?

Poi, non ci sono stati più studi tecnici al fine di identificare nuovi numeri, anche perché non necessari. C’è da notare che i 131 velivolo identificati si riferivano a un livello di disordine mondiale più basso di quello attuale. A questo punto, una revisione dei numeri con l’attuale scenario strategico porterebbe addirittura a un aumento dal numero iniziale di 131. La riduzione a 90 velivoli è stata politica, le cui responsabilità ricadono solo ed esclusivamente sulla politica. Se il nostro Paese sarà chiamato un domani a intervenire, come è stato già chiamato a intervenire nel passato (fosse anche come piccola componente) la novantina di F-35 potrebbe risultare insufficiente a garantire il necessario livello di sicurezza nazionale previsto o prevedibile. Qualsiasi ulteriore riduzione sarebbe politica, ma innescherebbe un conseguente abbassamento dei livelli di sicurezza nazionale. I due elementi sono assolutamente correlati.

C’è poi il fattore internazionale per un programma che ci inserisce nel contesto transatlantico. Sarebbe rischioso rivedere al ribasso l’impegno nazionale?

Purtroppo, il nostro Paese non riesce ancora ad avere una politica estera in grado di determinare una condotta adeguata alle esigenze. Mettere sempre in discussione i numeri che sono stati concordati con Paesi stranieri in funzione del governo che si alterna di volta in volta dà la misura della nostra instabilità in politica interna ed esterna. I patti devono essere onorati. Qualsiasi trasgressione ha conseguenze rilevanti per i rapporti del nostro Paese in ambito internazionale. In altri termini, tale atteggiamento diminuisce la credibilità dell’Italia per ogni successivo patto con altra entità straniera.

Mi sembra che la nuova puntata del dibattito politico sull’F-35 non la convinca.

Direi proprio di no. La competizione strategica è andata avanti, e oggi agisce nel campo dell’ipersonico. Intanto, l’adesione al Tempest ci porta a ragionare sulla sesta generazione. Eppure, l’Italia ancora discute sui numeri della quinta. È un dibattito datato, che non riflette l’attuale sviluppo della competizione strategica.

ultima modifica: 2019-10-07T09:10:32+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: