Il tema dei rischi climatici è trattato sempre più spesso nelle consultazioni annuali sui singoli Paesi, soprattutto in quelli più esposti ai rischi di disastri naturali e che necessitano di maggiori risorse finanziarie esterne e di capacità tecnica per rafforzare la resilienza infrastrutturale e sociale. L'analisi di Domenico Fanizza e Laura Cerami

Qual è l’impatto finanziario del cambiamento climatico e come il sistema finanziario può facilitare la transizione energetica? La crescente intensità, frequenza e diffusione dei disastri naturali ha focalizzato l’attenzione sulle conseguenze economiche e sociali dei cambiamenti climatici. Fronteggiarli richiede interventi per limitare i danni potenziali causati da eventi climatici estremi (mitigation) e favorire il processo di adattamento della struttura economica al cambiamento climatico per ridurne la vulnerabilità (adaptation). Gli investimenti in mitigation e adaptation richiederanno risorse finanziarie rilevanti, sia pubbliche sia private, e sono destinati ad avere importanti conseguenze sistemiche sulla stabilità finanziaria e macroeconomica.

Queste considerazioni spiegano l’interesse e il coinvolgimento sempre più attivo da parte delle istituzioni finanziarie internazionali sul tema del cambiamento climatico e su quello strettamente connesso della finanza sostenibile. Temi di rilevanza globale che non possono essere affrontati efficacemente a livello nazionale, ma richiedono necessariamente risposte globali. Un esempio significativo di cooperazione internazionale è il Network of central banks and supervisors for greening the financial system (Ngfs), creato in occasione del summit sull’ambiente di Parigi di dicembre 2017 (One planet summit). Il network, al quale aderisce anche il Fondo monetario internazionale (Fmi) in qualità di osservatore, si propone di sviluppare scenari economici, indicatori di rischio climatico e linee-guida per integrare i rischi ambientali e climatici nei modelli di gestione dei rischi degli intermediari e nell’attività di vigilanza micro e macro prudenziale.

L’Fmi, oltre a contribuire al lavoro di analisi nell’ambito dell’Ngfs, promuovendo la cooperazione internazionale in materia ambientale, è impegnato a integrare la valutazione dei rischi climatici nella propria attività istituzionale di sorveglianza economica e finanziaria e di assistenza tecnica. Il tema dei rischi climatici e delle loro implicazioni per la politica fiscale è trattato sempre più spesso nelle consultazioni annuali sui singoli Paesi, soprattutto in quelli più esposti ai rischi di disastri naturali e che necessitano di maggiori risorse finanziarie esterne e di capacità tecnica per rafforzare la resilienza infrastrutturale e sociale. In questi casi, la considerazione dei rischi climatici ha un ruolo importante innanzitutto nella valutazione delle politiche fiscali e in particolare della tassazione come strumento di mobilitazione delle risorse necessarie a finanziare gli investimenti ambientali e come incentivo per gli investimenti privati nella green economy.

In secondo luogo, i rischi climatici sono stati incorporati nella valutazione della sostenibilità del debito pubblico e del debito estero. Inoltre, anche la valutazione dello stato di salute del sistema bancario e finanziario tiene conto delle esposizioni ai rischi climatici. Nell’ambito della sorveglianza finanziaria, esercitata principalmente attraverso il Financial stability assessment program (Fsap), si registra un’attenzione crescente sull’integrazione dei rischi climatici nei modelli di gestione dei rischi degli intermediari e nelle prassi di vigilanza delle autorità nazionali.

La Banca mondiale, in collaborazione con l’Fmi, ha sviluppato una metodologia di valutazione delle politiche di adattamento al cambiamento climatico (Climate change policy assessment), diretta principalmente ai piccoli Paesi in via di sviluppo o a basso reddito, spesso particolarmente esposti al cambiamento climatico e al rischio di disastri naturali e al tempo stesso privi di adeguate capacità tecniche oltre che finanziarie. Questo strumento, finora applicato in cinque piccoli Paesi, ha l’obiettivo di aiutare a definire una strategia organica di gestione del cambiamento climatico, che possa anche attrarre risorse finanziarie esterne.

Una recente iniziativa della Banca mondiale per facilitare la partecipazione degli investitori istituzionali al mercato dei green bond nelle economie emergenti è l’avvio di un fondo obbligazionario specializzato, attraverso una partnership tra l’International financial coproration (Ifc) e Amundi. L’iniziativa, oltre a favorire la partecipazione degli investitori istituzionali offrendo un profilo di rischio accettabile, intende favorire lo sviluppo del mercato dei green bond nelle economie emergenti in linea con gli standard internazionali (green bond principles), attraverso l’assistenza tecnica offerta dall’Ifc agli emittenti locali.

Se è vero che la transizione energetica espone i sistemi finanziari a rischi significativi, è anche vero che i sistemi finanziari a loro volta possono giocare un ruolo importante per trasformare i costi e i rischi della transizione in opportunità di sviluppo. La finanza sostenibile, se gestita bene, può diventare uno strumento efficace per affrontare i rischi ambientali, trasformando la transizione energetica in opportunità di crescita e rafforzando la stabilità del sistema finanziario.

Domenico Fanizza è direttore esecutivo presso il Fondo monetario internazionale

Laura Cerami è advisor del direttore esecutivo presso il Fmi

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