Perché l’operazione in Siria della Turchia rischia di essere un bluff

Perché l’operazione in Siria della Turchia rischia di essere un bluff
L’azione turca ha più limiti che licenze. Perché per esempio non è ancora chiaro in quanto tempo gli americani abbandoneranno le loro postazioni e se davvero decideranno di lasciare tutta la fascia lungo il confine in balìa di Ankara. L'analisi di Marta Ottaviani

La montagna rischia di partorire un topolino e la supposta invasione della Siria di trasformarsi in una repressione localizzata di militari e civili curdi. Sta di fato che più passano le ore, più di preoccupante e spettacolare in questa faccenda ci sono solo le parole. Il presidente della Turchia Erdogan oggi tornerà dalla Serbia, dove è andato per ampliare l’influenza turca nei Balcani. Da domani ogni momento potrebbe essere buono perché le forze armate turche entrino con decisione nel territorio siriano.

Da quel momento può succedere si tutto, ma secondo gli addetti ai lavori l’azione turca ha più limiti che licenze. Per prima cosa, non è ancora chiaro in quanto tempo gli americani abbandoneranno le loro postazioni e se davvero decideranno di lasciare tutta la fascia lungo il confine in balìa di Ankara, che intanto sta cercando in tutti i modi di creare una vera e propria fascia di influenza, anche politica e culturale, oltre la frontiera. Gli ultimi tweet del presidente americano Donald Trump e le dichiarazioni del Pentagono in realtà vanno nella direzione opposta e Ankara al posto dei suoi sogni di gloria rischia di trovarsi sanzioni economiche e la lira turca nuovamente fuori controllo a causa delle relazioni tormentate con Washington.

L’altro grande protagonista della regione, il Cremlino, ha taciuto per molte ore, ma pare tutto così fuorché entusiasta dell’iniziativa. Il portavoce di Vladimir Putin, Dimitri Peskov, ha detto che la Russia non sapeva nulla dei contatti avvenuti in questi giorni fra Turchia e Stati Uniti. Ma poi ha aggiunto una frase sibillina ‘non sappiamo nemmeno se poi alla fine gli americani se ne andranno’. Parole che la dicono lunga sul fatto che l’ultima parola sul Nord della Siria deve ancora essere detta e che Mosca non sembra intenzionata a perdere un interlocutore, i movimenti armati curdi, con cui è in contatto dall’epoca dell’Unione Sovietica e che rappresentano un antidoto naturale sia al terrorismo jihadista sia all’esuberanza dell’alleato (di convenienza) turco nella regione.

C’è poi da fare un excursus su che cosa le truppe della Mezzaluna siano in grado di fare dal punto di vista squisitamente militare. Non bisogna dimenticare che il secondo esercito (numerico) della Nato, da tempo ha perso l’efficienza e la professionalità per il quale era noto in ambiente internazionale. Questo soprattutto a causa delle purghe portate avanti da Erdogan dopo il fallito golpe del 2016, che sono state talmente estese da aver reso necessario mettere ai gradi più alti delle forze armate militari senza la dovuta preparazione. Falle nell’organizzazione e nella strategia bellica che non sono passate inosservate già durante le operazioni ‘Scudo dell’Eufrate’ e ‘Ramoscello d’Ulivo’ dove la posta in gioco era molto più bassa. Figuriamoci cosa potrebbe accadere su questo nuovo terreno di guerra, con Ankara che ha come obiettivo quello di eliminare le cellule curde, ma se esce da paletti che sembrano molto sempre più stretti rischia di trovarsi contro niente meno che l’esercito di Bashar al-Assad. A Washington e Mosca spetta il compito, periodicamente e in modo alternato, di dare timide concessioni per poi contenere quello che dovrebbe essere un alleato e invece viene sempre più considerato da tutte e due uno strumento.

ultima modifica: 2019-10-08T09:10:39+00:00 da Marta Ottaviani

 

 

 

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