Gli Stati Uniti hanno aiutato la Turchia a ottenere quello che Ankara chiedeva da tempo, ossia la creazione di una buffer zone in territorio nord siriano. Ma i rapporti fra Washington e Mezzaluna rimangono molto tesi. Ecco perché

Gli Stati Uniti hanno aiutato la Turchia a ottenere quello che Ankara chiedeva da tempo, ossia la creazione di una buffer zone in territorio nord siriano in funzione anti curda da cui la Turchia possa dirigere meglio la sua influenza sulla regione. Il presidente Donald Trump spera così di ricondurre l’ex alleato storico, ora al quanto bizzoso, a più miti consigli. Ma i rapporti fra Stati Uniti e Mezzaluna rimangono molto tesi. Così tanto che anche i piani per riprendere le relazioni commerciali sono molto più difficili da realizzare del previsto.

In novembre, Trump dovrebbe recarsi in Turchia. Ma in questo momento sui tavoli diplomatici dei due Paesi ci sono due dossier, uno più spinoso dell’altro. Il primo è rappresentato dalla fornitura dei missili russi S400, per la quale Ankara rischia seriamente di incorrere in sanzioni.

La Turchia fino a questo momento sarebbe ancora in fase di installazione ma il sistema non sarebbe ancora stato attivato. Per questo gli Usa sperano di avere ancora un minimo margine di manovra.

‘C’è ancora molto lavoro davanti prima che i turchi abbandonino gli S400. Possono non attivare il Sistema, rimandarli indietro, distruggerli, dicono dal Dipartimento di Stato. Idealmente non avrebbero mai dovuto comprarli. Ma adesso che la linea rossa è stata oltrepassata, il problema è capire come neutralizzarli.

La brutta notizia è che non solo Ankara non pare niente intenzionata a venire incontro alla richiesta americana. Da tempo girano voci di una seconda fornitura di S400, forse anche dei caccia Suhkhoi, che sarebbe un altro schiaffo in faccia alla Nato.

Il secondo motivo di tensione fra i due Paesi è particolarmente sensibile per Ankara. La settimana scorsa la procura di New York ha messo in stato di accusa Halkbank, la seconda banca pubblica del Paese, di aver aiutato l’Iran ad aggirare le sanzioni comminate dalla comunità interazionale a causa del suo programma nucleare. Teheran ci avrebbe guadagnato 20 miliardi di dollari di entrate dalla vendita del petrolio. I giudici americani non hanno esitato a dire che nell’affare sono coinvolte alte cariche del governo, con un riferimento piuttosto netto al Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan. La reazione di Ankara è stata molto dura e ha parlato di decisione politicamente motivata. Sta di fatto che all’udienza di martedì non si è presentato nessuno in rappresentanza dell’istituto di credito, snobbando così la giustizia americana.

Una eventuale condanna della seconda banca pubblica turca, per Ankara sarebbe persino peggio delle sanzioni, perché avrebbe conseguenze pesanti non solo sulla valuta, ma sull’intero sistema bancario. Il giorno della messa in stato di accusa i titoli di sette istituti di credito turchi sono stati sospesi dalla Borsa di Istanbul.

Trump con quest’arma è ancora convinto di poter allontanare la Turchia dalla sfera russa. Ma Ankara sembra sempre più intenzionata a sfruttare tutte le opportunità che Mosca vuole offrire, qualsiasi accordo raggiunto con Washington in questo momento può avere solo durata temporanea.

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