Un articolo da leggere con attenzione, per capire come l’Amazzonia ci riguarda in prima persona e come questo sinodo abbia elaborato i fondamenti di un’ecologia integrale che ci comprende. Riccardo Cristiano analizza le parole di padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica e padre sinodale, con cui si apre il nuovo numero

C’è una parola che emerge nell’articolo di padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica e padre sinodale, che apre il nuovo numero della rivista dedicato al sinodo sull’Amazzonia: questa parola è “acqua”. La cura per il territorio amazzonico, per gli alberi, per il suolo e per il sottosuolo, viene sempre citata da chi si occupa dell’emergenza planetaria che è diventata l’Amazzonia. Meno la cura dell’acqua. Eppure l’acqua, il fiume, non è poca cosa per l’Amazzonia, come l’acqua non è poca cosa per l’organismo vivente, per l’uomo e per la vita. Eppure questa cura per l’acqua, per il fiume, colpisce come fatto inusuale rispetto almeno al linguaggio e le espressioni comuni.

Lo avevano espresso benissimo, in vista di questo sinodo, Lucia Capuzzi e Stefania Falasca nel libro “Frontiera Amazzonia”: “Senza il battito del Grande fiume, un intero universo si ritrova afono, senza vita”. Poi ci sono altre parole più diffusamente citate a proposito di questo e il cui senso plurale viene illustrato nell’ampio articolo: soprattutto sinodalità e conversione. Per capire cosa sia questa sinodalità emersa in occasione del sinodo sull’Amazzonia basterà considerare due dati che cita padre Spadaro. Cominciamo dal più importante: “Le proposte di modifica della prima bozza di Documento finale sono state ben 831. La partecipazione e il dibattito, anche nei ‘circoli minori’, in questo senso, sono stati molto ricchi. E questa è già una grande novità nel nostro mondo nel quale le democrazie spesso non ascoltano i cittadini e in cui la polarizzazione delle posizioni ideologiche è esacerbata a danno del dialogo. Nel Sinodo si sono confrontate posizioni anche diametralmente opposte su tanti temi, ma sempre nel rispetto reciproco e per il bene della Chiesa e della gente dell’Amazzoni”. Questo fatto si capirà meglio se si considera il carattere centralista della “tradizione” cattolica e se si leggono i numeri: “I padri sinodali erano in tutto 184. Tra questi, 113 provenivano dalle diverse circoscrizioni ecclesiastiche panamazzoniche. Hanno partecipato al Sinodo sei delegati fraterni, in rappresentanza di altre Chiese e Comunità ecclesiali presenti nel territorio amazzonico; come pure 12 invitati speciali e 25 esperti, scelti per la loro elevata competenza scientifica. Gli uditori e le uditrici erano 55; provenivano in maggioranza dalla regione panamazzonica, anche dai luoghi più interni, e hanno portato la voce e la testimonianza viva delle tradizioni, della cultura e della fede delle loro genti”.

Siamo dunque alla periferia predata, l’Amazzonia, che parla dal centro e questo è un fatto di enorme rilievo anche per il tipo di periferia di cui parliamo. Strategica per l’emergenza ambientale ed ecologica che rappresenta e periferia “estrema” per la rimozione più che marginalizzazione che la cultura e la spirituale dei popoli indigeni hanno subito, da decenni. Si tratta di due aspetti che non possono essere scissi tra di loro e che vanno collegati al Grande fiume, all’acqua. È una nuova periferia, quella dell’emergenza ambientale, della rimozione culturale e spirituale dei popoli indigeni e della civiltà fluviale che incarnano. Forse è quello che l’articolo ci fa capire quando cita l’intervento ad un briefing di un uditore, il professor Delio Siticonatzi Camaiteri, membro del popolo Ashaninca, un gruppo etnico amazzonico del Perù: “Noi come indigeni viviamo l’armonia con tutti gli esseri viventi. Vedo che non vi è chiara l’idea che avete di noi indigeni.”

Così il racconto sinodale di padre Spadaro, che ricostruisce le tappe e le novità emerse e tutte assai rilevanti, ci aiuta a capire che c’è un’altra parola, non usata nel testo, che sembra apparire sempre più importante: chi altro difende il pluralismo nel mondo? La Chiesa di Francesco emerge come bastione di un pluralismo globale che parte da questa ecologia integrale: la difesa della casa comune, la valorizzazione del rapporto proprio dei popoli indigeni di questa “armonia con tutti gli esseri viventi” non viene compreso se non come armonia anche culturale e spirituale con diverse culture e spiritualità, oltre che con l’ambiente e la sua complessità. Ecco l’opzione, che padre Spadaro spiega con cura, di una Chiesa non solo non più colonialista, ma neanche indigenista, bensì indigena. Una Chiesa amazzonica nel senso di fatta da persone che hanno quella cultura, che fanno vivere quella spiritualità e la portano nella Chiesa universale.

Si capisce così l’affondo di papa Francesco contro la globalizzazione uniformante: ma anche il suprematismo etnicista non ne esce bene. Anche per e tra i cattolici. Convinti assertori della difesa della vita, alcuni ambienti cattolici capiscono che ad un malato non può essere mai negata l’alimentazione, neanche quando da anni non può nutrirsi autonomamente, ma ai popoli amazzonici può essere negata l’alimentazione eucaristica pur di rispettare la regola del celibato. Strano. Come è strano che abbiano ritenuto di gettare nel fiume romano la statuetta della Madre Terra che era ospitata in una chiesa vicino al Vaticano in occasione del sinodo, quando è il Grande fiume che produce quella spiritualità. Dovevano aspettarsi che un altro fiume l’avrebbe salvata dal loro vandalismo, producendo un effetto opposto a quello auspicato. È dunque questo un articolo da leggere con attenzione, per capire come l’Amazzonia ci riguarda in prima persona e come questo sinodo abbia elaborato i fondamenti di un’ecologia integrale che ci comprende.

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