Mai più armi nucleari. Il grido di Papa Francesco da Nagasaki

Mai più armi nucleari. Il grido di Papa Francesco da Nagasaki
"Nella convinzione che un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario, chiedo ai leader politici di non dimenticare che queste non ci difendono dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del nostro tempo". Il significato del viaggio in Giappone di Bergoglio nell'analisi di Riccardo Cristiano

Atomic Bomb Hypocenter, memoriale della pace di Nagasaki, la bomba più trascurata della storia, visto che usualmente per brevità ci riferiamo solo ad Hiroshima. Francesco ha scelto di avviare da qui il suo pellegrinaggio dove sarebbe voluto andare missionario. Il suo discorso non poteva che chiedere, da lì, un mondo senza armi nucleari. Ma perché dovremmo scegliere di rinunciare alla deterrenza? Perché, è stata la prima risposta di Francesco, non si può garantire la pace e la stabilità su una sicurezza falsa in quanto guidata dalla sfiducia.

La deterrenza infatti implica la sfiducia, la teorizza e la pone sul piedistallo della certezza. Non possiamo fidarci, non possiamo avere fiducia. La conseguenza di questa sfiducia è evidente a chiunque voglia vederla: la corsa agli armamenti sottrae risorse allo sviluppo. “Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo”.

La qualità di questo attentato ha diverse facce e una, la meno citata, merita di essere citata con le parole con cui in questi giorni l’ha chiarita su La Civiltà Cattolica Drew Christiansen. Parte  da un vecchio ma illuminante acronimo, Mad, che come vocabolo in inglese significa pazzo, ma come acronimo indica la Mutually Assured Destruction; indicava forse che solo a un pazzo sarebbe venuto in mente di scatenare una guerra nucleare che avrebbe portato alla distruzione su scala globale.

“Ma sembra che i giorni della Mad siano tornati attuali. Giovedì otto agosto un missile sperimentale russo è esploso sul Mar Bianco al largo di Arcangelo, sulla costa nord-orientale della Russia. Poco dopo, fonti ufficiali locali hanno riferito livelli di radiazioni 16 volte superiori alla norma. Analisti di intelligence ipotizzano che ci sia stato un malfunzionamento del piccolo reattore nucleare che alimenta un missile che i russi chiamano Burevestnik e i funzionari della Nato Skyfall. Una settimana più tardi, ai residenti di Nenoska – località più vicina al sito del test missilistico- è stato detto di prepararsi  all’evacuazione: i medici che stavano curando i superstiti dell’incidenti sono stati obbligati a loro volta ad andarsene, e le stanze di degenza sono state sigillate”.

L’articolo prosegue offrendo conoscenze militari e tecniche e letture del presente ignote al grande pubblico, a partire dal fatto che “tranne la Cina, nessuna potenza nucleare ha assunto l’impegno al No first use”, cioè a non usare per primi le vecchie e le nuovissime armi atomiche. Perché? La sfiducia? O la necessità di giustificare ulteriori investimenti bellici, una nuova corsa al riarmo? Ecco che l’invito a impegnarsi per un’altra stabilità di Francesco diventa un invito a un’altra idea di sicurezza e quindi di stabilità. Non quella che investe milioni e milioni di dollari per farne investire altrettanti dall’altra parte e creare così le condizioni per aumentare ancora l’investimento nucleare, ma liberare queste risorse per creare un’altra libertà, quella da condizioni disumane che sconquassano intere aree del pianeta causando emergenze che nessuno sa come affrontare, come la fuga da zone devastate che noi chiamiamo “migrazione”. “È necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale e che fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi”.

Pioveva a Nagasaki, quando Francesco ha accesso una candela e deposto ai piedi del memoriale la corona di fiori bianchi che gli hanno dato due sopravvissuti alla bomba. “Nella convinzione che un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario, chiedo ai leader politici di non dimenticare che queste non ci difendono dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del nostro tempo. Occorre considerare l’impatto catastrofico del loro uso dal punto di vista umanitario e ambientale, rinunciando a rafforzare un clima di paura, diffidenza e ostilità”.

Poi, alla fine, l’indicazione del vero fallimento: “Nessuno può essere sordo al grido del fratello che chiama dalla sua ferita: nessuno può essere cieco davanti alle rovine di una cultura incapace di dialogare”. Dialogo e fratellanza, un binomio che oggi sembra riassumere il magistero di Francesco.

Proprio questo appello alla fratellanza e al dialogo fa capire la portata del passo compiuto da Francesco con la finezza diplomatica del suo segretario di Stato e il suo senso dell’impossibilità di tacere. Arrivando in Giappone il papa ha inviato messaggi ai Paesi di cui ha sorvolato lo spazio aereo. Ecco il messaggio alla Cina, definita “nazione” anche se il Vaticano ancora non la riconosce come tale, ma anche ad Hong Kong, anche se non è più un Paese né un possedimento coloniale con governatore. L’augurio della pace ad Hong Kong, con l’inatteso invio di un messaggio che potrebbe irritare Pechino, e il riconoscimento di una realtà che solo alcuni ostinati negatori della realtà oggettiva seguita a rivendicare, cioè l’esistenza in Cina  di una “nazione”, sono un esempio di come si possa procedere oltre la sfiducia come criterio regolatore del conflitti. Il saluto così anche al popolo di Taiwan: nessuno è perduto nella geopolitica della misericordia, ma non al costo di cancellare il mondo.

ultima modifica: 2019-11-24T09:50:25+00:00 da Riccardo Cristiano

 

 

 

 

 

 

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