Intervista allo storico leader della Uil ed ex segretario del Psi. Questo Paese ha saputo arrangiarsi nei momenti più difficili ma ora non ha una politica industriale e i risultati si vedono. I politici dovrebbero fare meno tweet e più investimenti. Il Mise? Pare un pronto soccorso

Un’acciaieria può essere specchio di un Paese? Sì se l’acciaieria è l’Ilva e il Paese è l’Italia. Il dramma di Taranto riassume alla perfezione o quasi il percorso di un Paese che non ha fatto niente per evitare che un po’ alla volta la propria politica industriale venisse fatta a pezzi. Alla fine dunque non c’è molto da stupirsi se nella vicenda Ilva sia scritta buona parte della nostra recente storia industriale. Di questo ne è fortemente convinto Giorgio Benvenuto, storico leader della Uil, ex parlamentare e per tre mesi, tra il febbraio e il maggio 1993, capo del Psi dopo l’addio di Craxi.

Benvenuto, che cosa sta succedendo all’industria italiana?

Succede che il ministero dello Sviluppo Economico è diventato una specie di pronto soccorso, con decine e decine di aziende in crisi per un totale di quasi 200 mila lavoratori a rischio. Mi pare abbastanza. C’è una mancanza di politica industriale, questo Paese se l’è persa per strada e questo perché non siamo stati capaci di conciliare industria e ambiente. Credo che in questo momento stiamo vivendo una vera e propria emergenza.

Eppure abbiamo avuto aziende che hanno conquistato il mondo…

Certo e ancora oggi siamo la seconda manifattura d’Europa. Siamo un Paese che ha saputo arrangiarsi in questi anni, ma alla fine pezzi di industria sono stati messi all’asta alle multinazionali. Ma ora vedo un grande errore: la mancanza di investimenti e la sottovalutazione di questo. Non mi sento di criticare i sindacati o la Confindustria, loro non hanno colpe. Semplicemente da diverso tempo non hanno un interlocutore davanti. E se lo hanno avuto, non ha saputo fare della buona politica industriale.

E il risultato di tutto questo quale è?

Che l’Italia sta diventando un inferno. Un inferno soprattutto fiscale, dove le imprese e i lavoratori pagano una quantità di tasse enorme. Stiamo pagando una politica assente, senza proposte, senza progetti, che insegue promesse e che non fa investimenti. Il Paese si preoccupa degli immigrati ma non si preoccupa delle migliaia di giovani che invece se ne vanno dall’Italia. Gli stessi sindacati sono sulla difensiva mentre il mondo imprenditoriale sta sciogliendo le righe e ognuno se ne va dove vuole, lontano dall’Italia.

L’Ilva è lo specchio di tutto questo fallimento?

Nella maniera più totale e clamorosa. L’Ilva è il più grande stabilimento d’Europa, è chiaro come il sole che oggi nell’epoca della globalizzazione ci sono aziende che comprano il marchio ma chiudono l’azienda. Su queste operazioni bisogna avere gli occhi aperti, è successo anche nell’industria alimentare mica solo nell’acciaio. Mi chiedo come possa essere mancata su Taranto una visione politica in grado di evitare che si arrivasse a questo. E invece no.

Scusi, ma almeno una speranza questo Paese l’avrà? O no?

Sì, la speranza si chiama reagire e agire. Affrontare di petto il problema dell’assenza di una politica industriale. Guardi, siamo sul precipizio, è assurdo andare avanti così, dando retta a chi voleva fare dell’Ilva una specie di Disneyland. Non voglio fare il pessimista, non credo che gli italiani abbiano pochi cromosomi rispetto agli altri. Ma la condizione è che questo governo cominci a misurarsi su progetti veri, abbandonando i tweet e pensando a grandi piani per il futuro. Pensare in grande, senza stare a rincorrere le crisi quando il danno è stato fatto.

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