Il parlamentare del gruppo Misto a Formiche.net sulla repressione a Hong Kong e il divieto di espatrio per Joshua Wong: “C'è bisogno di riprendere non una coscienza di maggioranza, ma una coscienza collettiva sul ruolo che vole avere l'Italia nella politica estera”

La Cina considera Joshua Wong un nemico e lo chiama “separatist” (lo stesso epiteto usato per il Dalai Lama). L’attivista delle protesta di piazza ad Hong Kong non verrà in Italia (e in Europa), perché l’Alta Corte di Hong Kong ha bloccato il ricorso e gli ha negato la possibilità di un viaggio in Europa. In questa conversazione con Formiche.net, l’on. Maurizio Lupi spiega il perimetro della risoluzione ad hoc della Commissione Esteri.

Che cosa significa la risoluzione?

Che per la prima volta finalmente c’è un minimo di attenzione. Ma non del Governo, che attraverso le parole del ministro Di Maio sembra privilegiare più gli interessi commerciali che la difesa delle libertà nel mondo. È evidente che i rapporti con la Cina hanno reso leggermente pavida l’azione del Governo sulla politica estera. Ma la risoluzione è stata firmata anche da Pd e Iv.

Wong, uno degli attivisti più simbolici delle proteste senza leader di Hong Kong, non verrà in Europa, e nemmeno in Italia. Se la cosa fosse accaduta altrove che tipo di reazione ci sarebbe stata?

Con 400 studenti arrestati e le violenze sui manifestanti in qualsiasi altro luogo ciò avrebbe suscitato molte reazioni istituzionali e internazionali. Il Parlamento con quella risoluzione potrebbe aver dato finalmente un segnale importante, di attenzione anche da parte dell’Italia, per non far passare sotto silenzio ciò che sta avvenendo ad Hong Kong. Nei fatti è una battaglia di libertà: e dove c’è una battaglia di libertà significa che la posta in gioco è alta per tutti.

C’è stato imbarazzo nella maggioranza. Da un lato la protesta del sottosegretario agli Esteri, Ivan Scalfarotto (Italia Viva), attualmente in Cina e dall’altro il silenzio del Ministro Luigi Di Maio.

L’imbarazzo è dato dal fatto che dalla fine di luglio in Commissione esteri chiediamo di poter mettere all’ordine del giorno la questione, come fatto dal Parlamento tedesco. Ma la maggioranza non ha risposto. Adesso è evidente che sia Pd che Iv hanno compreso come non si possa più restare fermi, anche perché sarebbe una contraddizione verso i principi costitutivi delle proprie proposte politiche. Mi sembra che l’imbarazzo maggiore sia nel M5s, perché il loro leader, Di Maio, ora anche ministro degli esteri, è grande sostenitore della Via della Seta. E in occasione della sua ultima visita in Cina non ha detto una parola su Hong Kong. Tra l’altro esiste un accordo internazionale su Hong Kong, che nei fatti dovrebbe essere rispettato per via dello statuto speciale di cui gode. Il Parlamento europeo ha approvato una mozione e l’Italia potrebbe semplicemente sostenere e rafforzare il suo contenuto, per impedire che la contingenza passi sotto silenzio assoluto.

Perché in Italia è stata sottovalutata la crisi umanitaria in atto a Hong Kong?

Perché si è preferito difendere gli interessi commerciali, rispetto ad altro. Invece in passato l’Italia si è distinta per politiche in grado di sviluppare i propri accordi commerciali senza al contempo sottoporre alla mancata libertà gli interessi economici. È quell’imbarazzo che da tempo è piombato sulla nostra politica estera: è sufficiente vedere come si è comportato il governo sul Venezuela. C’è bisogno di riprendere non una coscienza di maggioranza ma una coscienza collettiva sul ruolo che vuole avere l’Italia nella politica estera.

Domenica 24 novembre si terranno le elezioni, ma il governo sembra orientato a rimandarle. Un errore?

Qualunque mossa che ostacoli la libertà della gente credo sia un errore.

Che immagine della Cina traspare all’esterno dopo i fatti di Hong Kong?

L’immagine di una grande potenza industriale ed economica che deve mostrare al mondo tutta la sua potenza, ma anche il messaggio di non voler essere disturbata.

twitter@FDepalo

Condividi tramite