Conversazione con Jean Pierre Darnis, consigliere scientifico dello Iai, sugli esiti della ministeriale dell'Esa di Siviglia che ha ridefinito i prossimi tre anni dello Spazio europeo. Per l'Italia “un successo”, mentre il superamento della Germania ai danni della Francia potrebbe cambiare qualche equilibrio. Eppure, “è un gioco a somma positiva”

Vincono tutti, ma soprattutto Germania e Italia. È il bilancio di Jean Pierre Darnis, professore associato all’Università della Costa Azzurra e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), sul consiglio ministeriale dell’Agenzia spaziale europea (Esa) chiuso oggi a Siviglia. Per i prossimi cinque anni sono arrivati 14,4 miliardi di euro, più di quanto proposto dal direttore generale Johann-Dietrich Woerner. Aumenta anche il contributo italiano, pari a 2,3 miliardi, pari al 16%. Il sottosegretario Riccardo Fraccaro, alla guida della delegazione italiana che si presentava per la prima volta con la nuova governance istituzionale (nelle mani di palazzo Chigi), ha parlato di “un successo su tutti i fronti”. A livello finanziario, prima dell’Italia ci sono solo la Germania (3,3 miliardi, il 23%) e la Francia (2,7 miliardi, pari al 18,5%), con un sorpasso dei tedeschi che potrebbe cambiare qualche equilibrio.

Professore, che bilancio fa della ministeriale appena terminata?

C’è da notare prima di tutto il raggiungimento per l’Esa di tutti gli obiettivi richiesti, un elemento per certi versi inaspettato. Sono stati garantiti i finanziamenti anche per quasi tutti i programmi opzionali proposti, e questo è un fattore nuovo. I dettagli si vedranno più avanti, ma intanto va rilevata l’importanza dell’investimento tedesco. La Germania compie un passo in avanti notevole a livello di finanziamento all’Esa, superando la Francia che prima vedeva da lontano.

Che segnale arriva da Berlino?

Lo sforzo è enorme, e corrisponde in primo luogo a tutte le richieste pervenute alla Germania di spendere di più nel contesto tecnologico a fronte delle proprie disponibilità di spesa pubblica. In ogni caso, potrebbe disturbare gli equilibri europei, anche perché l’accresciuta capacità tedesca verrà incanalate nella regola dell’equo ritorno (per cui l’investimento fatto deve ritornare sotto forma di contratti industriali e di ricerca, ndr) e dunque aumenterà la produzione in Germania. In questo caso c’è però davvero spazio industriale per tutti, vista la spinta arrivata da Siviglia ai vari programmi, anche a quelli che interessano l’Italia.

A proposito, anche l’Italia ha aumentato il proprio investimento.

E non poco. Il progresso è netto. Considerando le difficoltà delle finanze pubbliche, l’impegno è notevole.

Che significato attribuisce a tale sforzo?

Un significato industriale e politico. Prima di tutto, si rafforza ulteriormente la filiera spaziale italiana, sia nel comparto satellitare (dove spicca Thales Alenia Space), sia in quello dei servizi (con Telespazio ed e-Geos). Si consolida inoltre la presenza nel settore dei lanciatori che negli ultimi anni ha avuto un peso politico importante. L’Italia è leader di uno dei due lanciatori europei, il Vega, realizzato da Avio che partecipa anche all’Ariane 6. L’impegno sottoscritto a Siviglia rende perenne tale posizionamento. È il risultato dello scambio politico che abbiamo visto qualche giorno fa, con l’accordo intelligente sottoscritto in preparazione delle ministeriale. Quella doppia intesa che ha coinvolto Avio e Ariane Group con Arianespace ed Esa ha risolto alcune criticità del rapporto bilaterale, permettendo di andare avanti per entrambi i progetti in una visione di cooperazione.

E il significato politico?

Anch’esso è notevole. Seppur in difficoltà finanziaria, in assenza di crescita economica, l’Italia ha scelto di investire e far crescere lo Spazio. Ritengo che sia una scelta positiva per un comparto che ha già mostrato la propria solidità e competitività, caratteristiche che ora si consolidano. È una buona notizia anche perché altrimenti, a fronte degli aumenti del budget di Francia e Germania, l’Italia avrebbe perso peso. È invece accaduto il contrario: l’Italia si è avvicinata molto al budget francese.

Non c’è il rischio che Parigi si indispettisca del superamento tedesco a livello di contributi?

È una vecchia storia. La Francia chiede da anni alla Germania di spendere di più, incolpandola di non far girare l’economia nonostante l’ampia disponibilità di budget. Poi, quando Berlino investe sulla Difesa, inizia a indispettirsi. Sulla Spazio potrebbe accadere la stessa cosa, anche se bisogna dire che la Germania ha preso una decisione intelligente, aumentando l’impegno su un settore con enormi ricadute dirette e indirette. La politica francese potrebbe accusare il colpo nell’ottica del tradizionale protagonismo che si attribuisce. Ma l’aumento delle risorse tedesche è una buona notizia, segno di una sana competizione al rialzo in un contesto cooperativo.

Pure il Regno Unito ha comunque aumentato l’impegno.

Questo era abbastanza prevedibile. Uscendo dall’Unione europea, è naturale che cerchi di rimanere ancorato all’Esa che, è bene ricordarlo, non è un organismo dell’Ue e che tra l’altro potrà ora investire notevolmente su programmi spaziali.

Tornando all’impegno italiano, ha avuto un peso secondo lei la nuova governance istituzionale che, per la prima volta, portava alla ministeriale Esa un sottosegretario alla presidenza del Consiglio?

Penso di sì, quantomeno in termini di presa in considerazione dell’importanza dello Spazio a livello politico. Per decenni il settore, considerato troppo sofisticato, è stato lasciato alla periferia del sistema istituzionale. Con la riforma della governance, fortemente auspicata dalle aziende nazionali, lo si è posto a livello centrale sotto la presidenza del Consiglio e ciò si è tradotto in una crescita della sua rilevanza politica. Questo ha permesso all’Italia di progredire nella valenza diplomatica dello Spazio, riunendo insieme tutti i protagonisti e riuscendo a fare rilevanti scelte di budget pure in un contesto governativo fragile come il passaggio tra Conte 1 e Conte 2. Significa che le forze politiche sono state attente e hanno intravisto gli aspetti positivi dello Spazio. L’Italia si è dotata anche di un Intergruppo parlamentare per l’Aerospazio, struttura già esistente in Francia e Germania che assicura continuità a questi temi. La crescita della governance nazionale ha infine permesso più peso in ambiti multilaterali, consentendo di difendersi meglio in un contesto come quello dell’Esa.

Oltre all’Esa, c’è anche il rilancio del programma spaziale dell’Unione europea con 16 miliardi di euro per il periodo 2021-2027. Perché il Vecchio continente punta sullo Spazio?

È il rispetto dell’Agenda di Lisbona, in cui si affermava che la crescita poggia sugli investimenti per lo sviluppo tecnologico e scientifico.

Ma perché proprio adesso?

Perché l’Europa ha già perso parecchi treni tecnologici, ad esempio sulle piattaforme digitali in cui risulta assente. Sullo Spazio ha invece preservato e mandato avanti tecnologie di qualità a livello mondiale. È la risposta al falso mercato internazionale. Negli Stati Uniti la tecnologia spaziale viene sovvenzionata con lauti contratti ai privati dalle amministrazioni pubbliche. In Russia e Cina le sovvenzioni sono normali. Il risultato è un mercato non concorrenziale in cui l’Europa per tanto tempo non si è trovata a suo agio, con la Commissione a vigilare sulla competizione. Poi, la New Space Economy e le sovvenzioni delle altre potenze hanno permesso di prendere consapevolezza. Ed è proprio questo l’atteggiamento dell’Esa.

Ci spieghi meglio.

Si prevedono risorse e meccanismi di sovvenzione all’industria continentale ad esempio su Copernicus (il sistema di osservazione della Terra, ndr) e sui lanciatori, e va benissimo così. Sembra essersene convinta anche la Commissione europea. La scelta per il Mercato interno di una figura come Thierry Breton, con enorme esperienza industriale e visione tecnologica, va in questa direzione. Poter finanziare i programmi europei rappresenta un volano enorme. Se si aggiunge il fatto che la Germania ha votato a favore delle preferenza istituzionale per i lanciatori europei, si può pensare a una versione europea del mercato americano, in cui i vettori dei privati vengono sovvenzionati tramite tantissimi lanci istituzionali pagati a caro prezzo. L’aumento dei budget Esa e Ue è un segno di crescita e di maturità tecnologico-politica. Tutti hanno ormai capito che gli investimenti in tecnologia hanno ricadute incredibilmente positive.

In conclusione, chi esce vincitore dalla ministeriale di Siviglia?

Tutti. Emerge infatti uno scenario di convergenza che ha coinvolto anche i membri più piccoli. È un gioco collettivo che giova all’Esa, ma che non vede nessun Paese arretrato. Certo, il progresso della Germania e dell’Italia è notevole, ma anche la Francia ha aumentato il proprio contributo. È un gioco a somma positiva che apre a grossi ritorni e a nuovi scenari di cooperazione oltre quelli esistenti.

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