Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha rilanciato a Bologna il famoso Green New Deal. Eppure a volte l’ambiente interessa meno del posto di lavoro. La sinistra, soprattutto quella storica, dovrebbe tenerlo sempre ben a mente

La politica, soprattutto quella di sinistra, deve dare una visione di lungo termine, supportata da idee che alimentino speranze di cambiamento, visione, ma anche un grande distacco dalla realtà che, come accaduto altre volte, potrebbe riportarla ad un amaro risveglio. Non è una novità, la questione ambientale è sempre stata nel cuore della sinistra, sia per ragioni etiche, sia per critica al capitalismo. Dal crollo del 1989, tutta la sinistra mondiale è orfana della critica socialista e trova nel cambiamento climatico nuova linfa per giudicare i tanti difetti del capitalismo. Ecco allora che il Green New Deal, in inglese che fa più figo, diventa lo strumento per convogliare una nuova visione del futuro, per evitare il cataclisma climatico causato dalle emissioni di CO2 da consumo di combustibili fossili.

In una spirale crescente, gli obiettivi sono più ambiziosi e si va oltre l’economia verde, ops la green economy, e oltre l’economia circolare, ops la circular economy, con una rivoluzione che, ricordando un po’ quelle del passato, attrae facile consenso circa una realtà molto più complessa. Venerdì sera 15 novembre, a Palazzo Re Enzo, alla tre giorni di Bologna sul futuro del Pd, il ministro Gualtieri, ha ricordato che la Banca Europea degli Investimenti smetterà di finanziare progetti in fonti fossili dal 2021. Subito è scattato un applauso dalla gremita sala. Il grande patto verde significa uno sforzo enorme su più fonti rinnovabili, su azzeramento dei fossili e su più tecnologia. È la visione che domina in Europa e che ribadisce quanto sta facendo da 30 anni.

Le sue emissioni dal 1990 sono state ridotte di quasi un miliardo di tonnellate, ma nel resto del mondo sono aumentate di 13, con un bilancio netto di più 12, il 58% in più. Conta per il 9% delle emissioni globali, ma si è impegnata, già due anni fa, sulla completa decarbonizzazione al 2050 scadenza che la sinistra vuole anticipare al 2040 o al 2030. Quanto fatto fino ad oggi, pesa molto sui suoi prezzi dell’energia che sono il doppio di quelli americani, che sono usciti dagli accordi, o di quelli dell’Asia, che promettono molto, ma che usano tanto carbone. Il taglio del 20% è stato raggiunto in 30 anni, mentre raddoppiare il taglio al -40% nei prossimi 11 anni, al 2030, come già stabilito, appare quasi irrealistico, figuriamo raggiungere il -80%. Il primo scalino è stato ottenuto con una pesante deindustrializzazione, con enormi sussidi alle fonti rinnovabili e con crescita debole dell’economia. Ne sa qualcosa l’Italia.

Sempre nel suo intervento, Gualtieri, da storico di sinistra, ha ricordato l’importanza della politica industriale, ma è stato alla larga dall’Ilva. Una delle ragioni per cui chiude è quella dei costi crescenti dei permessi della CO2, saliti da 5 euro per tonnellata a metà 2018 a oltre 25 euro nel 2019, peggioramento, o miglioramento secondo gli ambientalisti, che riguarda, magra consolazione, tutti gli stabilimenti in Europa. Il commercio dei permessi è la punta di diamante delle politiche europee, ma favorisce il processo di deindustrializzazione, il suo impoverimento e il calo dell’occupazione, su cui cresce la destra populista. Senza scomodare i Gilet Gialli, a Taranto, ma nemmeno a Bologna quando si parla di tassa sulla plastica, l’ambiente interessa meno del posto di lavoro, cosa di cui la sinistra, soprattutto quella storica, dovrebbe tenere sempre ben a mente.

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