La giornalista e scrittrice a Formiche.net: “Sul premier uscente, rappresentante di una destra liberal, portata al progresso e al libero mercato, c'è un seme di profonda antipatia e di antagonismo ideologico”

L’ex premier israeliano Bibi Netanyahu oggi viene spinto fuori dall’agone politico con mezzi giudiziari? Secondo la giornalista e scrittrice Fiamma Nirenstein, tra le altre cose membro del Jerusalem Center for Public Affairs (Jcpa), Netanyahu ha messo fine a quell’atteggiamento del passato di essere prono dinanzi al rifiuto palestinese e ha cominciato a lavorare in una direzione diversa, per stabilire alleanze nel mondo arabo, con l’Egitto, con i sauditi.

Perché l’incriminazione del premier, “vista l’aria culturale che si respira in Israele”, era prevedibile?

Israele è un Paese che vive una profondissima contraddizione culturale. Da una parte la sua fondazione è legata ad un movimento progressista e socialista, all’ideale comunitario dei kibbutz, al lavoro dei sindacati con un libero mercato che veniva tenuto sotto controllo e misurato agli ideali socialisti che permanevano. Dall’altro un sentimento sociale e umano cresciuto sulle ceneri dell’Olocausto, con un’idea di democrazia, libertà e giustizia totalmente contrapposta a ciò che aveva causato il maggiore disastro della storia ebraica.

E dopo?

Israele aveva altri due compiti: fondare lo Stato-Nazione del popolo ebraico e difenderlo da una quantità di agguerritissimi e feroci nemici sui propri confini, che si sono poi allargati, vedi l’Iran, un Paese che ha giurato la distruzione di Israele e in questo è stato affiancato da numerosi movimenti anti israeliani come quello di Corbyn.

Il laico Netanyahu come si è inserito in tale contesto?

Di famiglia proveniente da una costola nazionale di ebraismo, quello di Vladimir Jabotinsky con cui il padre di Bibi grande storico ha collaborato, Netanyahu è stato il rappresentante di una destra liberal, portata al progresso e al libero mercato, in una cornice di nazionalismo totalmente privo di imperialismo. Su di lui c’è un seme di profonda antipatia e di antagonismo ideologico, nato dal fatto che nel corso degli anni il premier ha dovuto guidare il Paese mentre la sinistra, israeliana e mondiale, si rifiutava di ammettere che il rifiuto palestinese alla pace era il nocciolo della questione. Così non ha saputo cogliere le generosissime proposte di Israele che in numerose occasioni sono state avanzate. Penso a quella foto di Arafat con Barak e Clinton a Camp David, ma ce ne sono state anche tante altre di occasioni simili, chiuse allo stesso modo: con il rifiuto ideologico palestinese a riconoscere lo Stato di Israele.

Crede che oggi l’ex premier venga spinto fuori dall’agone politico con mezzi giudiziari?

Netanyahu ha messo fine a quell’atteggiamento del passato di essere prono dinanzi al rifiuto palestinese e ha cominciato a lavorare in una direzione diversa, per stabilire alleanze nel mondo arabo, con l’Egitto, con i sauditi. Sulla scena internazionale non si è scusato di esistere, ma ha affermato finalmente la propria presenza con mezzi diversi. In virtù di questo piglio Israele è diventato un player mondiale primario nel campo dell’innovazione, della tecnologia, della medicina e dell’hi-tec, ampliando il suo pil in modo formidabile, affermandosi sul terreno della diplomazia e ristabilendo un rapporto con Washington e anche con Mosca. E lo ha fatto in un contesto di Stato-Nazione per gli ebrei, che non si vergognano di difendersi.

Quelle policies hanno inciso nella nascita di una forte contrapposizione? E in che misura?

È lo specchio del fatto che Israele, nella sua passione che non demorde per la democrazia, è un Paese che ha dei confini e che deve fare la guerra. Confini e guerra sono due termini invisi e moralmente insopportabili per la sinistra. Bibi è risultato odioso anche perché l’invidia verso i suoi risultati è stata determinante, così come in Italia c’è stata da parte della sinistra nei confronti di Silvio Berlusconi. Semplicemente ha incarnato la difficoltà di Israele nel restare un Paese di sinistra. E ieri tutti i canali televisivi, al di là dei modi di facciata, intimamente festeggiavano per la notizia dell’incriminazione.

Chi trae vantaggio, all’interno e all’esterno di Israele, da questa situazione?

I nemici di Israele. Chiariamo: non dubito affatto dell’onestà intellettuale del procuratore generale Mandelblit. Ricordo che Netanhyau è stato capace di far cancellare dagli Usa l’orribile trattato del 2015: che altro non era se non un’autostrada asfaltata verso l’Iran nucleare. Quello stesso regime crudele che in questi giorni sta uccidendo i civili che scendono in piazza a Teheran per il prezzo della benzina.

Trova singolare la concomitanza dell’incriminazione con la rinuncia di Gantz a formare un governo?

Intanto Netanyahu non si è arreso: ha detto che non si tirerà indietro e farà valere le ragioni della sua libertà. Aggiunge che, nonostante la magistratura in Israele sia stata sempre un valido esempio di serietà, le accuse sono state avanzate da testimoni manipolati, che sono diventati ora collaboratori di giustizia, uno dei quali sarebbe stato minacciato di rivelazioni sulla sua vita privata. Nel marzo del 2020 quindi ci sono tutte le condizioni affinché si voti per la terza volta.

twitter@FDepalo

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