La Cina vara il piano per spingere l'autarchia tecnologica entro il 2025. Dal 2022 via tutti i software e i computer con componentistiche straniere dagli uffici pubblici. Ordine del Partito

Il governo cinese mosso dal Partito comunista di Pechino ha ordinato a tutti gli uffici pubblici di qualsiasi genere di rimuovere software e computer stranieri entro il 2022. Ne parla il Financial Times attraverso informazioni esclusive raccolte tra i dipendenti di due aziende di sicurezza informatica che raccontano di avere saputo della nuova linea – introdotta dall’Ufficio Centrale del Partito – da agenzie governative loro clienti.

La data indicata anticiperebbe di tre anni il grande piano “Made in China 2025”, quello con cui il segretario del Partito, il capo dello stato Xi Jinping, intende raggiungere l’autonomia dal punto di vista tecnologico. Ossia vorrebbe rendere le aziende cinesi all’avanguardia sul piano delle tecnica e di non dover dipendere più da componentistica comprata dall’estero. Nella rincorsa tecnologica che segna il passo del dominio globale per il prossimo futuro, sarebbe una potenzialità di valore elevatissimo.

Il piano, secondo analisti citati dal quotidiano londinese, prevede una sostituzione del 30 per cento delle attrezzature entro la fine del 2020, del 50 per cento entro la fine del 2021 e del restante 20 entro la fine dell’anno successivo. Lo chiamano “3-5-2”, evocando un modulo tattico calcistico.

Inutile dire che dell’autarchia tecnologica cinese risentirebbero per prime industrie americane. I grandi produttori statunitensi come Hp, Dell e Microsoft, Ibm, hanno contratti enormi in Cina, perché forniscono componenti (secondo dati Jefferies diffusi da Agi, si tratta di 150 miliardi di dollari all’anno).

Un aspetto che include dunque una dimensione politica di primo rilievo, rientrando nel confronto totale tra gli Stati Uniti e il Dragone. Non è da escludere che l’annuncio sia arrivato in questo momento come una sorta di rappresaglia contro il gigante delle telecomunicazioni Huawei, al centro di manovre ad excludendum con cui Washington non solo ha tagliato la società di Shenzen dalle dinamiche commerciali in e dagli Usa, ma ha anche lavorato con gli alleati per creare un blocco omogeneo e contrario.

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