Il futuro dell’Unione europea si divide fra molti temi caldi. C’è la questione delle politiche di asilo e di migrazione, della sicurezza interna ai paesi europei, della cooperazione in materia di giustizia, ma non solo. L'approfondimento, da Bruxelles, di Ylenia Citino

Dall’emergenza climatica ai paesi furbetti dei paradisi fiscali, dalla polemica sul fondo salva-Stati alla difficile questione del rispetto dello stato di diritto: le sfide che la nuova Commissione Ue dovrà affrontare sono tante. E in più ci sono le parecchie incognite che aleggiano sui temi sensibili, temi messi in discussione ogni giorno ma non necessariamente à la une nella stampa generalista.

Per una volta non è la Brexit ad attirare tutte le attenzioni, ma il decisivo passaggio del testimone fra la Commissione uscente Jean-Claude Juncker e quella, gender-balanced, di Ursula von der Leyen. Pur non avendo raggiunto l’ambizioso obiettivo della parità matematica fra quote rosa e azzurre, si avvicenda una squadra che può comunque vantare il traguardo della formazione più rosa della storia.

Jean-Claude Juncker si è accomiatato dalle istituzioni europee non senza prima manifestare le sue preoccupazioni sulla tenuta dello stato di diritto. Il riferimento non è stato solo al caso di Malta, dove la crisi politica legata ai recentissimi sviluppi dell’assassinio della giornalista Daphne Caruana sta scuotendo nelle fondamenta il governo di Joseph Muscat, ma anche, sembrerebbe, alla controversa riforma del sistema giudiziario in Polonia e alla situazione di costante violazione dei diritti di libertà ed uguaglianza in Ungheria, per limitarsi agli esempi più eclatanti.

L’altra preoccupazione di Juncker, però, è legata all’avanzamento democratico dell’Unione. La frecciata a Macron, responsabile di aver fatto cadere la nomina di Manfred Weber prima della scelta di von der Leyen, è stata evidente quando l’ex presidente ha affermato che “non ripetere nel 2019 l’esperienza degli Spitzenkandidaten è stato un errore”. Nell’atto finale di salutare i corrispondenti, Juncker ha ripreso il tema: “Il principio dello Spitzenkandidat era un piccolo progresso democratico. Lo abbiamo soppresso per ragioni oscure”.

Eppure, von der Leyen sembra fare il controcanto quando, nel suo discorso di insediamento, cita invece Václav Havel, eroe dissidente della Rivoluzione di velluto, che nel 1989 disse: “Lavora per qualcosa perché è giusto, non perché hai ottime possibilità di avere successo”. Così, di fronte alla drammatica risoluzione sull’ambiente, da ultimo approvata dal Parlamento europeo, che annuncia che è in atto una vera e propria emergenza climatica, l’ex ministra della difesa tedesca schiera in campo il più giovane Commissario dell’ambiente. Il lituano Virginijus Sinkevicius a soli 29 anni dovrà affrontare una causa giusta, ma ardua nella sua riuscita: abbassare le emissioni in Europa mentre gli Stati Uniti si sfilano dagli obblighi di Parigi e proprio quando le Nazioni Unite dichiarano, in un ultimo rapporto, che se non si prendono drastiche contromisure la temperatura globale è destinata, nei prossimi dieci anni, a surriscaldarsi di 3.2 gradi rispetto ai livelli preindustriali.

Significativo, dunque, che il primo atto della Commissione sia un pacchetto sul clima (ecco il link) e che possibili manovre in tal senso saranno annunciate il prossimo 3 dicembre, in occasione della conferenza sul clima di Madrid.

Nelle discussioni sul quadro finanziario pluriennale, peraltro, si è giunti ad uno storico accordo in base a cui il 21% del bilancio sarà destinato a programmi atti a contrastare i cambiamenti climatici e a favorire la rivoluzione green. Dunque, pare proprio che l’Unione europea, nel suo complesso, intenda porsi come cavallo di testa nella battaglia per la transizione ad un minore impatto ambientale: sul punto, per capire il cambio di passo, basti leggere l’intervista rilasciata da Christine Lagarde al Financial Times e il vespaio sollevato fra i banchieri del vecchio corso, una volta palesata la sua intenzione di modificare gli obiettivi della Bce per rendere l’ambiente una priorità. Gli ambientalisti, però, non sono rimasti convinti dell’efficacia di questo nuovo slancio ecologico. GreenPeace ha bollato l’agenda green della Commissione come “troppo debole, cotta a metà”, criticando l’immaturità di un testo che non fa ancora abbastanza.

Il futuro dell’Unione europea si divide perciò fra molti temi caldi. C’è la questione delle politiche di asilo e di migrazione, della sicurezza interna ai paesi europei, della cooperazione in materia di giustizia. Sfide alla nuova Commissione si aprono anche sul fronte economico e finanziario, dove, nonostante le polemiche sulla riforma del Mes (il cd. fondo salva-Stati), bisogna in parallelo procedere con l’avanzamento dell’unione bancaria, il problema dei crediti deteriorati, il contrasto al riciclaggio di denaro e la direttiva “energy taxation”. Il combattimento sarà ostico al momento di dover provare a superare i veti dei paesi tradizionalmente noti per essere dei paradisi fiscali.

Intanto, si è accusato il duro colpo del fallimento delle negoziazioni sulle norme anti-evasione a carico delle multinazionali. La direttiva avrebbe dovuto rendere più trasparenti le operazioni fiscali delle grandi società del web, permettendo di capire quali entrate e quali uscite vengono effettuate nei paesi in cui operano e dove vengono invece pagate le aliquote fiscali. Ma il voto contrario dei soliti Cipro, Irlanda, Malta, Lussemburgo, con l’aggiunta di Austria e Svezia, ha bloccato la misura del “Country by country reporting”.

A queste condizioni, l’obiettivo di “un’Europa più vicina ai cittadini”, così come declamato dal premier Giuseppe Conte, intervenendo al Forum Eusalp 2019 a Palazzo Lombardia, sembra ancora lontano. La nuova Commissione è solo uno fra i più importanti pezzi del puzzle europeo e la vera sfida di von der Leyen sarà quella di ricondurre ad una sola, sistematica e coerente volontà la molteplicità di centri decisionali che ogni giorno, come fiammelle, ardono in una bolgia proteiforme, tentando di prevalere gli uni sugli altri.

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