L’uso dello spazio a scopi militari è argomento assai delicato, ma la decisione del presidente Trump sta nella constatazione che la vita delle nostre società dipende ormai in modo determinante dalla disponibilità dei servizi offerti dalle varie costellazioni di satelliti artificiali. Il commento di Vincenzo Camporini, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai) e già capo di Stato maggiore della Difesa

Con l’approvazione del National Defense Authorization Act, il 18 dicembre la Camera dei Rappresentanti Usa ha anche formalmente dato il suo assenso alla decisione del presidente Trump di istituire la sesta componente delle forze armate americane, la Space Force che avrà una serie molto ampia e diversificata di compiti relativi alle attività militari nello spazio extra atmosferico.

L’uso dello spazio a scopi militari è argomento assai delicato e che nel passato, subito dopo il lancio del primo satellite sovietico, lo Sputnik, ha indotto le Nazioni Unite a formalizzare già nel dicembre del 1966 il trattato “Outer Space”, con cui i paesi firmatari si sono impegnati a non porre nello spazio e sui corpi celesti, a partire dalla luna, armi nucleari o altre armi di distruzione di massa.

La motivazione fondamentale della decisione del presidente Trump sta nella banale constatazione che la vita delle nostre società dipende ormai in modo determinante dalla disponibilità dei servizi offerti dalle varie costellazioni di satelliti artificiali, dalle comunicazioni alla geolocalizzazione, alla sorveglianza e al monitoraggio di ogni fenomeno che avviene sulla superficie terrestre: in buona sostanza ogni nostra attività oggi presenta una forte dipendenza dallo spazio, il che costituisce una vulnerabilità di cui non si può non tenere conto.

Già nel 2007 la Cina intercettò e distrusse con un missile intercettore un proprio satellite meteorologico, dimostrando le proprie capacità offensive nello spazio e nel marzo di quest’anno anche l’India ha dimostrato platealmente le proprie capacità distruggendo un proprio satellite in orbita bassa a 300 km dalla superficie terrestre.

Si immagini dunque quali sarebbero le conseguenze se venissero neutralizzati i satelliti della costellazione GPS, con la distruzione fisica o con un attacco cyber, e non si tratterebbe solo di imparare nuovamente a leggere le carte geografiche!

Appare quindi ragionevole, per le potenze che ne hanno le capacità, quanto meno creare strutture organizzative per la difesa del proprio patrimonio nello spazio ed è quello che stanno facendo gli Stati Uniti; la Francia ha esplicitamente dichiarato di voler procedere nella stessa direzione e non ci sono dubbi che anche gli altri paesi ci stiano lavorando.

È ovvio che in questo settore, come in tutti gli altri dell’area militare, la distinzione fra mezzi difensivi e mezzi offensivi è quanto meno speciosa e che quindi dobbiamo prepararci ad una nuova forma di corsa agli armamenti, secondo un trend che, dopo i vistosi cali a seguito della fine della guerra fredda, sta vedendo ora una crescita in molte parti del mondo.

Sarà una corsa che assorbirà molte risorse in Cina, come in Russia e negli Usa e non tragga in inganno lo stanziamento simbolico di 40 milioni di dollari, del bilancio americano appena approvato, visti i costi – è il caso di dire astronomici – dei mezzi spaziali. Non è considerazione solo economica, vista l’esperienza del recente passato, che ha visto l’esito della guerra fredda, con il collasso dell’Unione Sovietica nel tentativo di contrastare la “Star War” voluta dal presidente Regan: è un fatto che attiene alla strategia globale e non tarderemo a vederne gli effetti.

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