Con l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, si aprono tre scenari possibili per la Difesa comune e il ruolo dei britannici. L'analisi di Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa dell’Istituto affari internazionali (Iai), pubblicata sull'ultimo numero di Airpress

Già lo scorso dicembre, approvato l’accordo di uscita dall’Ue negoziato da Boris Johnson, il Regno Unito aveva politicamente salpato l’ancora dal Vecchio continente iniziando a navigare in acque sconosciute. L’accordo disciplina infatti i termini del divorzio, ma non i rapporti futuri oggetto di negoziati in questo 2020, anno di regime transitorio durante il quale oltremanica si continueranno ad applicare tutte le normative Ue. Londra e Bruxelles possono concordare di estendere tale periodo, ma Johnson ha già messo nero su bianco che non lo farà, dandosi di fatto undici mesi per concludere una serie di complessi negoziati che richiederebbero verosimilmente anni di lavoro.

Tre diversi scenari sono quindi possibili alla fine della fase transitoria, ognuno con un impatto diverso sulla cooperazione nel campo della difesa e sul ruolo di Londra rispetto a Pesco ed European defence fund (Edf). Tutti gli scenari sono accomunati da due elementi. Da un lato molta della cooperazione militare-operativa, e della riflessione politico-strategica, continuerà a essere svolta in ambito Nato, ambito che la Gran Bretagna cercherà di valorizzare per compensare l’esclusione dal processo decisionale intra Ue. Dall’altro, Londra dovrà affrontare un ritorno di fiamma dell’indipendentismo scozzese e del nazionalismo irlandese, che potrebbero avere gravi implicazioni per l’unità del Paese se Scozia e Nord Irlanda imboccassero una strada simile a quella catalana per staccarsi dall’Inghilterra e riunirsi all’Ue. La variabile determinante per i rapporti tra Gran Bretagna e resto d’Europa nel campo della difesa sarà l’economia. Verrà infatti meno la partecipazione britannica di default al grande mercato interno Ue, che potrà essere rinegoziata – o meno – in termini molto diversi, con importanti effetti a cascata.

In un primo e più positivo scenario, Londra e Bruxelles negozieranno un accordo di libero scambio comprensivo di unione doganale, così profondo e ampio da riproporre di fatto, in termini economicocommerciali, l’attuale status quo. Prodotti, componenti, investimenti, personale qualificato, tecnologie, know-how e brevetti continueranno ad attraversare la Manica e il mare d’Irlanda senza soluzione di continuità, ritardi o costi aggiuntivi. La Gran Bretagna manterrà l’allineamento con le normative Ue, incluse le direttive del 2009 sui trasferimenti intracomunitari e il procurement militare. Essendo parte di una più ampia unione doganale, anche la politica commerciale di Londra sarà in linea con quella Ue. In tale scenario di cooperazione economica, sarà davvero possibile per soggetti britannici partecipare all’Edf, secondo le regole stabilite, e ai progetti Pesco in modalità da definire.

Vi saranno effetti positivi sia per i programmi di cooperazione di lunga data, come l’Eurofighter, sia per quelli appena avviati quali il Tempest, e si potrà concordare una soluzione per Galileo, a tutto vantaggio dell’industria europea della difesa. Geopoliticamente, l’inevitabile rafforzamento della leadership franco-tedesca all’interno dell’Unione sarà in qualche misura temperato da una maggiore coesione euro-atlantica, inclusa una migliore cooperazione Nato-Ue. Coesione che metterebbe l’Occidente in grado di reggere meglio il confronto con la Cina e altre potenze ostili. Ovviamente, si tratta dello scenario migliore per l’Italia da ogni punto di vista. Ma non è necessariamente il più probabile, anzi.

Una situazione opposta si avrebbe se, alla fine del periodo transitorio, non si trovasse un accordo sui futuri rapporti economico-commerciali, e questi ultimi seguissero quindi le regole base del Wto, essendo la Gran Bretagna come un qualsiasi Stato terzo senza accordo di libero scambio. In questo caso dazi, barriere non tariffarie e controlli alle frontiere ostacolerebbero e ridurrebbero drasticamente proprio quel flusso di prodotti, tecnologie e know-how vitale per l’industria europea della difesa. Si giungerebbe a una relativa chiusura del mercato britannico da un lato e di quello Ue dall’altro, che seguirebbero normative e giurisdizioni diverse, innescando un meccanismo di competizione economico, industriale, tecnologico e infine politico e geopolitico. Effetti negativi a cascata si avrebbero su tutte le cooperazioni nella difesa, mentre Edf e Pesco sarebbero completamente chiusi alla partecipazione britannica. La leadership franco-tedesca, e specialmente francese, posizionerebbe l’Ue in competizione con il mondo anglosassone, a tutto detrimento della cooperazione Nato-Ue, dell’Alleanza Atlantica e in definitiva dell’Occidente nel suo complesso di fronte all’ascesa cinese.

Tra questi due scenari estremi ve n’è un terzo, mediano, che vedrebbe Regno Unito e Ue stipulare un accordo di libero scambio più o meno blando, evitando il no deal ma mancando l’obiettivo di una solida unione doganale. A seconda della consistenza e incisività dell’accordo, la situazione penderà verso uno dei due scenari estremi, mantenendo comunque elementi di entrambi in un mix di cooperazione e competizione. Il travaglio sperimentato con l’accordo di uscita, relativamente semplice rispetto a quello necessario per regolare i rapporti futuri, dovrebbe mettere tutti in guardia sulla difficoltà di approdare allo scenario migliore, e sull’enorme e urgente lavoro da fare per evitare quello peggiore.

Condividi tramite