Francia e Germania sarebbero d'accordo, Italia, Spagna, Polonia e Usa un po' meno. L'Ue ha bisogno di un suo Consiglio di Sicurezza? Analisi, commenti e scenari

Per il momento rimane una proposta sulla carta, ma non è detto che ci resti a lungo. Ci sono le condizioni per istituire un Consiglio di Sicurezza europeo? Il dibattito tiene banco da anni nelle cancellerie degli Stati membri Ue. Soprattutto in Francia e Germania, dove ultimamente è tornato alla ribalta. L’idea di un organo Ue che coordini la politica securitaria più e meglio di quanto non faccia il Consiglio Affari Esteri non dispiace affatto all’Eliseo e alla cancelleria tedesca.

L’ASSE MACRON-MERKEL

Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno più volte richiamato l’attenzione sul dossier. Il presidente francese già durante la campagna elettorale di En Marche nel 2017, quando stilò il suo “programma per l’Europa”. Da allora anche la cancelliera ha spesso ribadito la necessità di una più efficace concertazione della politica estera e di sicurezza che potrebbe essere appaltata a un nuovo organo composto da alcuni Stati Ue a rotazione. Le hanno fatto eco il suo ministro degli Esteri Heiko Maas, e ultimamente Annegret Kramp – Karrenbauer, nuova leader della Cdu, in quota per succedere alla Merkel come cancelliera.

NON SOLO LIBIA

Non è un caso che proprio in queste settimane il dibattito, a lungo rimasto in sordina anche per lo scarso interesse dimostrato dagli altri Stati Ue, abbia ripreso vita dalle parti di Bruxelles. L’aggravarsi della crisi in Libia ha messo a nudo tutti i limiti della politica estera comunitaria, un vuoto che la Conferenza di Berlino ha solo parzialmente colmato.

Ancora una volta Francia e Germania guidano la discussione. I francesi sono notoriamente in prima linea nel dossier libico, ma vantano anche una imponente presenza militare nella sempre più instabile regione del Sahel, dove guidano con 4500 militari l’operazione antiterrorismo Barkhane. La Germania, finora rimasta nelle retrovie nella crisi libica, ha invertito la rotta abbracciando una linea diplomatica più assertiva, consapevole dei rischi alla sicurezza di una nuova ondata di immigrazione incontrollata e delle infiltrazioni terroristiche che ne possono conseguire.

Non c’è però solo la Libia a giustificare il ritorno in grande spolvero del dibattito sulla sicurezza europea. La crisi in Iraq, dove diversi Stati Ue sono presenti con la Coalizione internazionale anti-Daesh, Italia in testa con circa 900 soldati, il braccio di ferro sul nucleare iraniano, ma anche la polveriera della Crimea sono dossier urgenti che, nelle intenzioni di Parigi e Berlino, potrebbero rientrare nella missione di un nuovo Consiglio di sicurezza.

I PRECEDENTI

Sul modello da prendere a esempio per la nuova istituzione Ue restano non poche divergenze. Un recente dossier del Martens Centre, think tank del Partito popolare europeo, ne indica quattro. Il primo ha un nome di ottocentesca memoria: il “concerto fra potenze”. Se ne parlò all’indomani della caduta dell’Urss per vigilare sulla stabilità dell’area balcanica, ma l’iniziativa non ebbe seguito. Nel merito, si tratterebbe di un “club intergovernativo” situato all’interno dell’Osce, con alcuni membri permanenti con diritto di veto e altri a rotazione. Una seconda soluzione, che ha sollevato in passato l’attuale presidente della Germania Frank Walter-Steinmeier, prevede che il Consiglio Europeo si riunisca una volta l’anno come Consiglio di sicurezza europeo.

La terza è più che rodata, ma difficile da traslocare nel contesto europeo. Il Consiglio di Sicurezza nazionale Usa è un potentissimo organo con incisivi poteri di consulenza e coordinamento della politica estera americana, della strategia di sicurezza nazionale e della comunità di intelligence. Da quando il Trattato di Lisbona nel 2009 ha abolito la struttura in “pilastri” dell’Ue sembra difficile riunire sotto l’ombrello di un solo organo, peraltro slegato dal circuito elettorale, tante e tanto incisive competenze. L’ultimo è il Consiglio di Sicurezza per eccellenza: quello dell’Onu. “Le risposte dell’Ue alle precedenti crisi (Iraq 2003, Libia 2011, Ucraina 2014), spiega scettico il rapporto del Martens, “hanno chiarito che l’Unione fatica ad andare oltre un minimo comun denominatore quando decide come reagire a questi eventi”.

DUBBI E RESISTENZE (ANCHE NEGLI USA)

La via per un Consiglio di sicurezza Ue è lastricata di ostacoli. C’è davvero accordo fra i Paesi membri sulle priorità nel settore sicurezza e Difesa? Il vantaggio del nuovo organismo, spiega Carnegie Europe, è che “potrebbe offrire una nuova architettura pan-europea per mantenere il Regno Unito nell’orbita della politica estera europea” all’indomani della Brexit.

Non poche cancellerie europee temono però che possa trasformarsi nell’ennesima istituzione a trazione franco-tedesca. Né è facile prevedere come l’iniziativa sarebbe accolta a Washington DC. La Nato infatti è già dotata di un organo decisionale, il Consiglio Nord-Atlantico (Nac) che potrebbe ritrovarsi oscurato dall’esperimento europeo. “A Washington DC c’è una contraddizione strutturale alla base della percezione di un Consiglio di sicurezza europeo” spiega a Formiche.net Dario Cristiani, Iai/Gmf fellow presso il German Marshall Fund. “Da un lato un attivismo più marcato europeo su questioni di sicurezza sarebbe benvenuto. Dall’altro permane la percezione che un organismo del genere possa divenire un veicolo per ridurre il ruolo della Nato”.

In Europa tra i big scettici ci sono Spagna, Polonia e Italia. “Non vedo l’utilità di mutuare questo modello per l’Ue. Mi sembra più urgente una riforma della regola dell’unanimità per rendere più efficace la politica estera comunitaria” ha commentato di recente ai microfoni di Formiche.net il vicepresidente del Parlamento Ue in quota M5S Fabio Massimo Castaldo. Il nodo del sistema di votazione rimane uno dei più difficili da sbrogliare. La maggioranza qualificata, che diversi Stati europei vorrebbero sostituire all’unanimità, ha il merito di snellire i processi decisionali ma non è facile da far digerire quando si parla di sicurezza nazionale e rischia di inasprire i rapporti fra Stati membri.

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