La Cina vuole l’accordo con la Sante Sede, ma non è una priorità

La Cina vuole l’accordo con la Sante Sede, ma non è una priorità
Cosa è stato detto all'incontro con il professor Francesco Sisci, sinologo che ha intervistato papa Francesco per Asia Times, e padre Lorenzo Prezzi, direttore del sito Settimananews, sull'accordo Santa Sede-Cina sulla nomina dei vescovi

Qual è lo stato dell’arte nelle relazioni sino-vaticane? È stato questo il tema dell’incontro del professor Francesco Sisci, sinologo che ha intervistato papa Francesco per Asia Times, e padre Lorenzo Prezzi, direttore del sito Settimananews. Moltissime le considerazioni utili a inquadrare un tema tanto delicato quanto lontano dai riflettori, che incrocia sensibilità diverse e competenze raramente sovrapponibili. La sensazione più diffusa è che le relazioni non seguano un corso di progressivo miglioramento. Su questo Prezzi ha offerto una valutazione chiara: non si registrano passi indietro, ma dopo gli iniziali passi avanti non sono arrivati i successivi. Qui è stata preziosa la lettura da sinologo di Sisci: è un problema di priorità. La Cina è un Paese che ha un numero di abitanti superiore a quello di Stati Uniti ed Europa messi insieme: 1 miliardo e 400 milioni di persone. Se si unisce il dato numerico al dato politico, si capisce che oggi le priorità cinesi non possono non essere oltre al virus la questione dei dazi, la guerra commerciale, il 5G e altro. Il vescovo di una certa diocesi può attendere. Diverso è per il Vaticano: tutti i papi, da decenni a questa parete, hanno seguito il file cinese in prima persona. Xi può farlo? Ecco che qui un primo elemento per contestualizzare e capire se c’è un momento intenso, la necessità di prender tempo o qualche intoppo.

Altro aspetto decisivo è quello della priorità e della volontà. Per padre Lorenzo Prezzi è chiaro che se ricevesse un invito per dopodomani papa Francesco prenderebbe l’aereo domani stesso, sebbene sia ben noto che la dimestichezza con i tempi di questa epoca dell’immediato non siano i tempi del Vaticano. Per Xi è diverso: anche per la Cina i tempi non sono quelli dell’epoca del tutto subito, ma per il pachiderma cinese occorre più forza per muovere quel che serve muovere visto che le priorità sono altrove. Ma la scelta è stata fatta e non è in discussione. Secondo Sisci ai tempi di Mao si era deciso di sradicare le religioni dalla realtà esistente, come residuato feudale. Poi, dagli anni Novanta, si è capito che le religioni non si fanno sradicare, non si possono sradicare, insistere vorrebbe dire rischiare che si trasformino in corpi ancor più ostili, dal loro punto di vista. Scelta la via dell’armonia, dell’edificazione di una società armonica, si attribuisce un valore positivo, non più negativo, ai gruppi religiosi. La priorità, si può presumere, che vada alla religioni conosciute e comprensibili per i dirigenti cinesi, più complesso e quindi più lento con il cristianesimo, che rimane per i dirigenti cinesi una religione difficilmente comprensibile. Ma un decreto che entrerà in vigore a febbraio indica che seppur lentamente la macchina non si è fermata.

Occorre pazienza, anche al lettore o all’osservatore occidentale interessati. Il cristianesimo cinese non è fatto solo dai cristiani ufficiali. Sono pochi, ma pur sempre un numero paragonabile a una nazione europea medio-piccola. Ma accanto a loro c’è quell’alveo cinese che conosce il cristianesimo, non sa bene la distinzione tra cristianesimo e cattolicesimo o oltre confessioni, procede leggendo la Bibbia e poi scrivendosi la propria Bibbia, cioè quel che ha capito, come si è usi fare nel mondo cinese. Questa area è ampia, forse più di quel che si immagina, ma quali tempi serviranno per creare una relazione chiara?

Alla fine la percezione che il dialogo tra Cina e Santa Sede sia così importante quanto complessa non poteva che lasciare in ombra le questione sulle polemiche di chi avversa l’accordo, fatti di cronaca più che di storia. Anche pensare che il problema da parte cinese sia il riconoscimento diplomatico, non preso in considerazione dall’accordo provvisorio che riguarda solo la nomina dei vescovi,  è una scorciatoia che Francesco Sisci non capisce. A suo avviso la Cina popolare non ha alcun interesse a mettere ulteriore pressione su Taiwan. Il problema non è questo, il problema è il tempo, e il suo diverso svolgimento tra urgenze, priorità e impedimenti.

ultima modifica: 2020-01-28T12:10:12+00:00 da Riccardo Cristiano

 

 

 

 

 

 

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