Craxi e le origini ideologiche di Mani Pulite. L’analisi di Curini

Craxi e le origini ideologiche di Mani Pulite. L’analisi di Curini
È uscito da qualche giorno il film su Bettino Craxi, e l'attenzione di molti è tornata agli anni delle inchieste giudiziarie che portarono alla crisi della Prima Repubblica. Un periodo complesso, in cui un intero sistema partitico collassò. La ricognizione storica di Luigi Curini, professore di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Milano

È uscito da qualche giorno il film su Bettino Craxi, ed inevitabilmente l’attenzione di molti è tornata agli anni (eroici?) di Mani Pulite, e alle inchieste giudiziarie che portarono alla crisi della Prima Repubblica. Un periodo complesso ed eccezionale: i casi in cui in una democrazia matura un intero sistema partitico collassa nel giro di solo 2 anni (perché è questo quello che successe tra le elezioni del 1992 e quelle del 1994) è un evento epocale, con conseguenze che stiamo ancora sentendo oggi 25 e passa anni dopo. Ma riavviamo il nastro della storia. E partiamo, però, da prima di Mani Pulite. Ovvero, dai primi anni ‘70.

Era la fine del 1973. Durante il primo governo Rumor, a seguito della crisi petrolifera seguita alla cosiddetta guerra del Kippur tra Israele e paesi arabi, i prezzi del petrolio e dei derivati subiscono in tutto il mondo un’impennata che, in Italia, in un processo a catena, provoca aumenti incontrollati dei prezzi di molti beni di largo consumo e, di conseguenza, un forte movimento di rivendicazione salariale. Mentre il governo vara provvedimenti straordinari per il risparmio energetico (chi, tra quelli che hanno una certa età, non si ricorda le “domeniche a piedi” in quegli anni?), la denuncia di fenomeni di accaparramento, aggiotaggio e altre forme illegali di speculazione inducono alcune preture ad aprire inchieste che portano alla perquisizione di varie sedi societarie.

Ciò mette in luce che l’Unione petrolifera, che è l’associazione dei produttori di benzina e altri derivati, ha versato somme ingenti ai partiti del governo di centro-sinistra in cambio di una politica energetica vantaggiosa per le compagnie. Nel febbraio del 1974, per i fondi passati dalle società petrolifere ai partiti, varie decine di avvisi di reato sono inviati a petrolieri, dirigenti dell’ente nazionale dell’energia ed esponenti politici, tra cui alcuni ministri in carica. Ma dopo un primo momento d’incertezza, che costa una breve crisi di governo, il fronte politico si compatta, ammette i finanziamenti illeciti, apre un dibattito sul finanziamento pubblico dei partiti, mentre la Commissione parlamentare inquirente reclama per sé l’intera pratica e alcuni magistrati, che denunciano la collusione tra politica e affari, sono oggetto di provvedimenti disciplinari da parte dei gradi elevati della magistratura.

Intanto il governo si ricostituisce con la stessa maggioranza e con una composizione del Gabinetto molto simile a quella del governo precedente. Quindi, il parlamento stabilisce l’aumento delle pene per i reati di corruzione e aggiotaggio (in modo da togliere la competenza su questi reati ai pretori), vara una nuova legge sulle intercettazioni telefoniche, che prevede l’istituzione delle perizie sulle trascrizioni delle bobine (con un’enorme dilatazione dei tempi processuali), e approva rapidamente una legge sul finanziamento pubblico dei partiti con i voti favorevoli del PCI (che, vale ricordare, non era minimamente coinvolto nello scandalo in questione).

La nuova legge, nella quale è preservata l’immunità parlamentare, consente di presentare la corruzione come una conseguenza della passata mancata attenzione al costo della politica. La stampa e l’opinione pubblica, dopo una prima fiammata d’interesse, sono distratte da altri avvenimenti – il referendum sul divorzio – e l’attenzione per la vicenda cala. La Commissione parlamentare inquirente archivia rapidamente per infondatezza i provvedimenti nei confronti dei politici inquisiti più importanti e nel giro di qualche anno questo primo “scandalo dei petroli” si conclude senza alcun provvedimento. La formula della maggioranza di governo e il sistema dei partiti permangono immutati.

Più o meno vent’anni, nel febbraio del 1992, un sostituto procuratore di Milano intercetta una tangente, pretesa dal presidente socialista di un ospedale comunale per anziani nei confronti della ditta che provvede alla pulizia dei locali. Grazie a una catena di confessioni che rivelano altri casi di corruzione, l’inchiesta si espande rapidamente senza trovare ostacoli: mentre la maggioranza appare all’inizio piuttosto inerte, l’opposizione, in primis gli eredi del PCI, è molto aggressiva, malgrado qualche suo esponente risulti indagato e incriminato (a differenza di 20 anni prima). In tal modo gli episodi, che dapprima sembrano di assai minore importanza rispetto a quelli messi in luce nel 1973-74, sia per le somme scambiate sia per il livello degli attori coinvolti, finiscono per assumere proporzioni persino maggiori. Nel giro di qualche mese i più autorevoli esponenti dei partiti di governo – gli stessi del 1973, con l’aggiunta del Partito liberale e la sottrazione dei repubblicani – e i maggiori gruppi industriali, sono coinvolti in Mani Pulite.

Malgrado la conduzione dell’inchiesta faccia uso intenso dell’istituto della carcerazione preventiva, e provochi decine di suicidi tra gli inquisiti, l’opinione pubblica sostiene con forza l’operato dei magistrati. Le divisioni del mondo politico tolgono efficacia ai tentativi di fermare l’inchiesta della magistratura e impediscono l’istituzione di una Commissione d’inchiesta parlamentare. In meno di un anno i partiti di governo sono distrutti dalla valanga giudiziaria.

Le ragioni dell’esito differente dei due eventi sono state ampiamente discusse in letteratura. La principale novità, ovviamente, è legata al differente contesto internazionale: Mani Pulite accade dopo la disgregazione dell’impero sovietico. Per molti commentatori, questo fatto di per sé sottraeva al governo, e in particolare alla DC (ma non solo), la rendita di posizione di cui godeva da sempre come “scudo crociato” contro il comunismo, rendendo ormai inaccettabile per molti elettori l’inefficienza dell’amministrazione pubblica, gli sprechi sempre più visibili nella gestione dello stato e la corruzione diffusa. Insomma, rendeva sempre più palese, e senza freni, la rabbia della gente verso la “casta”. L’amplificazione mediatica delle inchieste giudiziarie non ha fatto che accelerare l’impatto politico della cosa, producendo ancor più spazio da occupare all’attivismo dei magistrati. Ovviamente questi fattori sono importanti, ma trascurano un ulteriore elemento.

Emerge infatti in modo lampante il diverso modo in cui nei due casi hanno operato le relazioni tra i partiti. Nel primo caso la sostanziale cooperazione tra la maggioranza e il principale partito di opposizione sembra essere l’elemento che consente al sistema di uscire indenne dallo scandalo. Nel secondo, invece, i partiti non adottano una comune strategia di difesa, e in particolare il PDS, a differenza di quanto ha fatto il PCI nel 1974, di fatto si oppone a qualunque iniziativa parlamentare per uscire da Tangentopoli, contribuendo così all’esplosione dello scandalo e alle sue conseguenze rovinose per il sistema dei partiti. E questo nonostante il fatto che appena 3 anni prima lo stesso PCI avesse votato a favore di un’amnistia che riguardava proprio la violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti (come ricordato tra l’altro dallo stesso Bettino Craxi nel suo “Memoriale” poco prima di morire).

Ma la precedente osservazione non fa che spostare il problema, che diventa quello di capire perché nei due casi la competizione tra i partiti abbia avuto un così diverso andamento relativamente alla stessa questione. In un libro uscito qualche anno fa dal titolo “I partiti nella Prima Repubblica”, Paolo Martelli e il sottoscritto avanziamo a riguarda una precisa ipotesi, anch’essa figlia della Caduta del Muro di Berlino: quanto più i partiti si collocano ideologicamente vicini gli uni agli altri, tanto più cresce l’incentivo di competere non sulla base dei programmi (anche perché, quanto più i partiti sono vicini, tanto più criticare il programma dell’avversario significa criticare anche il proprio; e, simmetricamente, tanto più lodare il proprio programma implica lodare anche quello, vicino, dell’avversario), ma su quei valori condivisi da gran parte dell’elettorato. E tra questi “valori condivisi”, l’onestà e la corruzione sono ovviamente tra i più importanti.

E il Muro di Berlino cosa c’entra quindi? C’entra eccome! Perché è tale evento che facilita l’evoluzione del PCI in PDS. Questo, a sua volta, determina quell’avvicinamento nello spazio politico tra maggioranza e opposizione di sinistra in Italia che sta alla base del maggiore incentivo di tale partito a denunciare risolutamente la corruzione del sistema, di per sé già evidente da tempo. Insomma, negli anni 70 il PCI non fa la guerra sulla corruzione al connubio DC-PSI perché era ideologicamente lontano dagli stessi. Dopo la “svolta della Bolognina”, invece, la situazione è molto più promettente per gli eredi del PCI, che infatti cambiano completamente registro a riguardo. In definitiva, se da un lato le indagini dei magistrati hanno fornito le basi extraparlamentari per l’implosione del sistema dei partiti, dall’altro, in assenza della condizione politica rappresentata dalla (improvvisa) vicinanza ideologica tra il PDS e i principali partiti di maggioranza, l’esito della competizione avrebbe potuto essere diverso e anche portare a una “soluzione politica” del problema, più o meno come accaduto vent’anni prima.

E c’è anche un aspetto paradossale di tutta questa storia: la strategia intrapresa dal PDS in quegli anni di cavalcare l’onda giustizialista appariva geniale. Uscito con le ossa rotte dalle elezioni del 1992, il PDS a Novembre 1993, nelle elezioni locali, vince in tutte le principali città italiane (Roma, Napoli, Venezia, Genova). La “gioiosa macchina da guerra” creata da Occhetto, allora segretario del PDS, appare inarrestabile. Ma proprio il successo di questa strategia nello spazzare via la vecchia classe dirigente, aprirà la strada all’ingresso in politica del “nemico” per eccellenza della sinistra per le decadi successive, ovvero di Silvio Berlusconi. E non solo questo. Le stesse ragioni che portarono il PDS a puntare, come detto con successo, sul tema della corruzione e dell’onestà, sono le stesse dietro agli straordinari risultati elettori del M5S nel 2013 e nel 2018, un partito che proprio alla sinistra porterà via molti voti. Certo, ora gli eredi del PDS sono al governo con i pentastellati. Ma questa è un’altra storia da raccontare…

ultima modifica: 2020-01-14T09:20:05+00:00 da Luigi Curini

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