La conferenza di Berlino sulla Libia è un successo diplomatico (anche italiano), ma avrà scarse ripercussioni sul campo. Haftar vuole una soluzione militare, e ha già varcato il Rubicone. Non può tornare indietro. Il commento di Federica Saini Fasanotti, nonresident Senior Fellow della Brookings Institution

Questa conferenza a Berlino sembra decisamente più seria di tutte le altre, in accordo con un certo stile teutonico. Angela Merkel si è veramente data da fare, e con lei tutta la classe diplomatica tedesca: sono riusciti ad ottenere persino la partecipazione del Segretario di Stato americano Mike Pompeo.

Un vero successo se pensiamo che la Libia non è certo una priorità per questa amministrazione statunitense. Da parte italiana, invece, sono certa che anche i tecnici della Farnesina hanno speso molta energia: li conosco e so quanto competenti e seri sono, anche se spesso abbiamo idee diverse.

So che in questo momento stanno lavorando per portare a casa il migliore dei risultati. L’Italia in questi anni ha mantenuto una linea coerente, sin dagli accordi di Skhirat che hanno visto la nascita di un nuovo governo nazionale libico. L’Italia ha investito tantissimo in questo senso: per noi era una questione imprescindibile legata a due temi fondamentali: energia e immigrazione, non abbiamo fatto i doppiogiochisti come altre nazioni. In un mondo di briganti, tuttavia, è discutibile quanto questo paghi.

Detto ciò, il mio pensiero sulle conferenze è noto a chiunque mi legga, ormai da anni. Dovrebbero essere un momento di definizione di successi ottenuti sul campo: luoghi in cui si sanciscono vittorie – o sconfitte – già avvenute, o percorsi politici già scelti. Questo è quello che la storia ci insegna.

Berlino sarà quindi un successo? Francamente non credo, anche se Haftar dovesse firmare oggi. Troppe le tensioni, troppi i conflitti, troppa l’insoddisfazione anche da parte di Serraj. Haftar non vuole una soluzione politica, non l’ha mai voluta: e non è un caso che dopo ogni conferenza internazionale: Parigi, Palermo, Abu Dhabi, ci sia stata una recrudescenza sul campo.

Il colpo di coda del maresciallo di campo che è costretto a dare il contentino ai suoi supporter internazionali, ma che poi in pratica, pressato da quelli locali, fa tutt’altra cosa. Provate a mettervi nei suoi panni: una volta presa la sciagurata decisione di conquistare Tripoli, ha messo a repentaglio la vita di molti ragazzi della Cirenaica, soprattutto all’inizio dell’assedio in Tripolitania.

Sono centinaia i giovani libici morti, sepolti chissà dove nelle sabbie di Gharian e di altre cittadine dell’ovest. Ricordo le tensioni a Bengasi quando arrivò la notizia dei primi morti. Haftar non può perdere. Non davanti ai genitori di quei ragazzi che hanno lasciato i figli in fosse comuni della Tripolitania, ma soprattutto non davanti alle milizie che lo aspettano a Tripoli. Sarebbe morto in poco tempo.

La sua è una prova di muscolare e come tale non ha nulla a che vedere con l’abilità diplomatica. Per Haftar esiste solo una soluzione ed è quella militare. La scelta di chiudere i pozzi non è infatti casuale e rispecchia ciò che ho appena detto. Questa è la consapevolezza che tutti gli attori internazionali, ma soprattutto europei, dovrebbero avere per poter decidere le strategie migliori da realizzare non tanto in Europa e in giro per il mondo, quanto piuttosto in Libia.

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