Si chiamerà Emasoh la nuova missione europea nello Stretto di Hormuz. Proposta dalla Francia, ha visto l'adesione di altri sette Paesi, Italia compresa, e segue le richieste americane per un maggior impegno nell'area. Per l'ammiraglio Sanfelice di Monteforte, “è una missione che risponde ai nostri interessi nazionali”

Ci sarà anche l’Italia a bordo delle missione europea per monitorare le acque dello Stretto di Hormuz, surriscaldate dall’assertività di Teheran e dall’evoluzione del confronto tra Iran e Stati Uniti. L’annuncio, salutato con favore dall’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell, è arrivato dal ministro degli Esteri francese Jean-Yves le Drian, a margine del vertice odierno a Bruxelles con i colleghi dell’Unione. Non sarà però una missione con il cappello dell’Ue, ma una coalizione di volenterosi nata su iniziativa francese.

I DETTAGLI SULLA MISSIONE

Per ora siamo al consenso politico, espresso dai governi di Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Olanda e Portogallo. La missione si chiamerà European-led maritime surveillance mission in the Strait of Hormuz (dal complesso acronimo Emasoh) e avrà l’obiettivo di “assicurare un ambiente sicuro per la navigazione e di abbassare le tensioni esistenti nella regione”, si legge sulla nota del ministero degli Esteri di Parigi. Per questo, si punterà a rafforzare la sorveglianza nello Stretto di Hormuz attraverso il dispiegamento di “assetti marittimi addizionali”. Il quartier generale sarà dislocato negli Emirati Arabi, anche perché si prevedono “meccanismi di condivisione delle informazioni con tutti i partner che operano nell’area”. Per ora, oltre che dai francese, impegni concreti al dispiegamento di unità navali sono arrivati dai danesi, dai greci e dagli olandesi. “Nei prossimi giorni – spiega la diplomazia francese – se ne attendono altri”.

IL PUNTO DI SANFELICE DI MONTEFORTE

“La missione di volenterosi ha due scopi”, ci ha spiegato l’ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, esperto militare e professore di Studi strategici. “Il primo è la somma degli interessi nazionali dei partecipanti, ognuno dei quali vuole garantire alle proprie navi un traffico tranquillo in una zona che sta diventando sempre più calda, evitando di subire azioni aggressive come quelle che ci sono state nei mesi scorsi”. Il secondo, ha aggiunto, “è di natura politica: ridurre la tensione tra i due contendenti, Iran e Stati Uniti, aumentando la presenza di terzi”. E l’Italia? “Il nostro Paese ha molto traffico in transito per lo Stretto di Hormuz; sono interessi da difendere, come nel caso della Jolly Rubino”, la porta-container italiana che fu attaccata nel 1987, con l’invio in tutta risposta di unità della Marina militare nell’area con l’operazione Golfo 1. La storia potrebbe ripetersi, nell’ambito di un impegno collaborativo insieme ai partner europei.

IL CONTESTO

Le tensioni tra Stati Uniti e Iran dopo la morte di Qassem Soleimani hanno forse accelerato i tempi, ma a Bruxelles la proposta francese era sul tavolo da tempo. Lo Stretto di Hormuz sta d’altronde diventando crocevia di pericolose intersezioni. Persino il Giappone ha previsto il dispiegamento di unità militari a protezione dei propri interessi (un cacciatorpediniere e due aerei da pattugliamento). L’impegno piace agli Stati Uniti, interessati a un coinvolgimento maggiore degli alleati nel controllo della regione, soprattutto se questo si può intendere in chiave di contrasto all’assertività iraniana. Anche la notizia dell’adesione italiana all’iniziativa francese era nell’aria.

LA SCELTA ITALIANA

La scorsa settimana, in audizione di fronte alle Commissioni Difesa di Camera e Senato, il ministro Lorenzo Guerini aveva spiegato l’intenzione di incrementare la presenza italiana nello Stretto di Hormuz, “le cui acque rappresentano un interesse strategico per la nostra economia”. Tale ipotesi era stata preventivata anche nei dettagli forniti sulle linee programmatiche del suo dicastero. D’altra parte, dalla fine dello scorso giugno la crescente assertività iraniana nella zona ha portato gli Stati Uniti al tentativo di coinvolgere gli alleati su una missione di pattugliamento condiviso. Ha risposto solo il Regno Unito, aderendo all’operazione Sentinel. Nel frattempo, è stata la Francia a farsi promotrice di un impegno simile, con una pianificazione a cui la Difesa italiana, spiegava Guerini a novembre, “sta partecipando ai relativi incontri preparatori”. Già allora, aggiungeva il ministro, si guardava con “predisposizione favorevole l’iniziativa francese, che sembra quella più coerente con la posizione nazionale”.

GLI IMPEGNI NEL SAHEL

Sono passati i tempi delle frizioni tra Roma e Parigi sui gillet gialli. Le sfide oltre i confini europei sembrano aver permesso l’individuazione di convergenze inaspettate. Oltre a Hormuz, il ministro Guerini spiegava infatti l’intenzione di sostenere un potenziamento della presenza nel Sahel, “dove si assiste a una recrudescenza del terrorismo di matrice confessionale” con “effetti interconnessi fortemente allo scenario libico”. Anche questa ipotesi era già stata presentata con le linee programmatiche, incontrando alcune critiche per la necessità di un coordinamento con la Francia, da taluni ritenuto difficile alla luce di interessi divergenti. Il quadro è però cambiato. Da Parigi si sono fatte sempre più pressanti le richieste di supporto in un’area grande quanto l’intera Europa, in cui attualmente sono dispiegati 4.500 militari francesi (operazione Barkhane) a fronte di una crescente instabilità tra terrorismo jihadista e traffici illeciti. “L’area è fondamentale” anche per l’Italia, ha chiarito Guerini, dissolvendo ogni dubbio sulla collaborazione con la Francia: “Immaginare di intervenire prescindendo da uno stretto coordinamento sarebbe fortemente temerario”.

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