Libia, la politica italiana (tanti amici, poco onore) non funziona. Analisi di Paganini

Libia, la politica italiana (tanti amici, poco onore) non funziona. Analisi di Paganini
Preferiamo non compiere scelte in politica estera provando ad accordarsi con tutte le parti coinvolte. Risultato? Non otteniamo risultati strategici. Così in Libia rischiamo di perdere quel valore economico e sociale per noi imprenscindibile. L'analisi del Professore aggiunto in Business Administration presso la Fox School of Business della Temple University di Philadelphia

In cambio dell’assistenza militare la Turchia ha chiesto al governo della Libia (National Unity Government) l’accesso e l’utilizzo delle acque tra i due paesi per ragioni economiche. Questo ha scatenato la reazione immediata di Cipro, Grecia, Israele, e in parte anche dell’Egitto che in quell’area già operano – per esempio con la costruzione del nuovo gasdotto che porta gas dal Mediterraneo all’Europa centrale.

Questo progetto (6 miliardi) allevia la dipendenza dell’Europa dal gas russo che invece, transita per la Turchia che così si indebolirebbe politicamente. Il governo turco sostiene che il gasdotto passa per acque di sua pertinenza, da qui l’accordo con i libici. Inoltre, ha avviato l’esplorazione dei fondali in acque cipriote, che per i turchi restano – storicamente – di loro pertinenza. Il gasdotto coinvolge anche l’Italia.

PERCHÈ È IMPORTANTE?

Fu l’Italia a cacciare la Turchia dalla Libia nel 1912. Il ritorno turco conferma la debolezza della politica estera italiana. La Libia è la metafora della nostra inconsistenza. Le conseguenze sono positive perché non ci facciamo nemici ma anche negative perché non ricaviamo molto dai rapporti con l’estero, o molto meglio degli altri. oltre alla Libia rischiamo di diventare irrilevanti anche nel Mediterraneo.

LA TURCHIA

L’accordo con il governo libico serve a guadagnare forza negoziale nel Mediterraneo ed è anche l’occasione per ottenere qualche concessione da un eventuale – e auspicabile – negoziato di pace tra il governo di Tripoli e le altre fazioni, tra cui quella del Generale Haftar. Il Mediterraneo torna ad essere strategico. Lo dimostra la preoccupazione dei paesi dell’area, tranne l’Italia che ora si trova in una posizione molto difficile. L’azione turca, che segue quella russa in Siria, e la più recente USA in Iraq, dimostrano che le azioni decise – aggressive – possono portare dei risultati, ma anche a delle conseguenze, pure costose.

TANTI AMICI POCO ONORE

Per abitudine consolidata l’Italia preferisce non compiere scelte in politica estera preferendo provare ad accordarsi con tutte le parti coinvolte. La tattica prevede di lasciare scorrere il tempo provando a mettere tutti d’accordo nella convinzione – speranza – che i negoziati o i conflitti trovino una soluzione. Sostanzialmente ci si affida agli altri se non al fato. A volte si trova una soluzione, a volte no. Certamente non si creano nemici. Questo spiega anche – risultato non da poco – perché – al di là dell’operato dell’intelligence – siamo l’unico grande Paese a non aver subito – dall’epoca della dozzina di vittime del terrorismo palestinese a Fiumicino nonostante il preavviso – azioni di terrorismo islamico. Il contrappeso è che non otteniamo risultati strategici. Così in Libia rischiamo di perdere quel valore economico e sociale per noi imprenscindibile che abbiamo costruito nel tempo.

Ci troviamo in una situazione molto fastidiosa. Continuiamo a sostenere – con poca convinzione – il governo di Al-Sarraj – da noi promosso, tra l’altro. Dovremo farlo a fianco dei turchi e quindi dei loro arruolati, mercenari e terroristi, insieme al Qatar che ha ammaliato molti nostri Ministri ma che è inviso a molti in Medioriente e Occidente. Se invece supportassimo il Gen. Haftar aiuteremmo una fazione ostile al Governo da noi voluto insieme all’Onu.

La Turchia ha tutto l’interesse a prolungare il confitto per alzare il prezzo della tregua. Mentre il generale Haftar e la sua coalizione vorrebbero chiudere la partita quanto prima.

DA CHE PARTE STIAMO NOI?

Per ora cerchiamo di cincischiare come abbiamo fatto negli ultimi nove anni. Ci presenteremo tra qualche giorno con la bandiera europea. Non dobbiamo essere così sciocchi di illuderci. La Ue non potrà mai portare una soluzione di qualunque natura essa sia (diplomatica o militare). I suoi membri infatti, sono interessati a trovare la loro soluzione a scapito degli altri membri. Essi usano l’Europa per nascondere le proprie carte e non per trovare una soluzione comune.

Affidarsi all’Europa nelle condizioni attuali. Non dobbiamo illuderci in soluzioni irrealizzabili. Dobbiamo elaborare la soluzione migliore per noi. Essendo l’Ue latitante, gli italiani prima di tutto. Anche perché i nostri governi continuano a cercare la via europea perché non hanno la forza politica per prendere una nostra decisione e prendersi carico delle conseguenze. Perciò i primi a sbeffeggiare l’Europa siamo noi, con un europeismo di comodo. L’europeismo si otterrà quando tutti i membri cercheranno la soluzione per l’Europa attraverso l’Europa. Ma ora non ci sono le condizioni, è un fatto. I responsabili vanno ricercati a Berlino, Londra (pre e post Brexit), Parigi, etc.

CHE FARE, ALLORA?

I servizi di intelligence suggeriscono di evitare azioni di forza per non prevaricare le diverse tribù con cui abbiamo buoni rapporti – ti pareva – e di cui teniamo la reazione. La soluzione diplomatica però, richiede risolutezza e proposte consistenti. Siamo in grado? Per nove anni abbiamo accettato che la Francia e Uk facessero i loro comodi, abbiamo detto di no – per narcisismo – al negoziatore Prodi – che chiedevano i libici, continuiamo a lasciare che chiunque faccia il proprio comodo. Non si può procedere con il solito buonismo mellifluo che non pratica gli interessi dei cittadini italiani e che non risolve i problemi.

ultima modifica: 2020-01-05T10:40:26+00:00 da Redazione

 

 

 

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