Il generale Claudio Graziano, oggi presidente del Comitato militare dell’Ue e già capo di Stato maggiore della Difesa, commenta la crisi generata dall’attacco americano che ha ucciso Qasem Soleimani, comandante della Forza Quds iraniana, e spinge per una piena ripresa operativa della missione Sophia nel Mediterraneo

“I rischi sono alla porta, le minacce sono vicine. Le opinioni pubbliche europee devono esserne consapevoli e l’Unione europea deve avere un sussulto e parlare con una voce comune”. Il generale Claudio Graziano, oggi presidente del Comitato militare dell’Ue e già capo di Stato maggiore della Difesa, commenta la crisi generata dall’attacco americano che ha ucciso Qasem Soleimani, comandante della Forza Quds iraniana, e spinge per una piena ripresa operativa della missione Sophia nel Mediterraneo, “che sarebbe importantissima come segnale europeo e come effetto deterrenza”.

I militari pianificano un’operazione e anche le conseguenze. A Donald Trump sono state illustrate e lui era cosciente delle conseguenze dell’uccisione di Soleimani? Come legge dal punto di vista tecnico l’inizio di questa crisi?

È una crisi di ampia portata, quindi bisogna anche comprendere se l’attacco è stato uno degli elementi della crisi o un picco della crisi, dopo di che è evidente che quando si fanno delle pianificazioni si mettono sul tavolo i pro e i contro. Senza entrare in una valutazione politica che non mi compete, bisogna capire l’attività preventiva e quella di ritorsione che sono due aspetti diversi. Inoltre, la valutazione va fatta a lungo termine perché lo scenario è gigantesco e molto complesso. Sia nell’attuale incarico che in quello precedente di capo di Stato maggiore della Difesa in Italia ho sempre avvisato l’Ue e la Nato dei rischi che arrivavano dalla fascia sud, quindi dal Mediterraneo, da tutto lo scacchiere iracheno, iraniano, dai rischi terrorismo, dagli Stati falliti: bisogna restare focalizzati su queste aree. Uno dei compiti dell’Unione europea e della comunità internazionale è di disinnescare le crisi e operare per la soluzione dei problemi.

Una reazione militare iraniana riguarderebbe solo obiettivi americani o anche genericamente occidentali?

Mi auguro che la risposta sia moderata. Ci troviamo in un’area di rischio e la sicurezza dei nostri militari è sempre una priorità assoluta. In base alla mia esperienza, dall’Afghanistan alle altre aree di crisi, in generale se una forza asimmetrica prende di mira qualcosa punta l’entità simbolicamente più rilevante.

L’Italia non lascia l’Iraq, questa è la scelta politico-militare. Però si sono sentite anche voci favorevoli al ritiro, una fuga anziché l’assunzione di responsabilità: come si spiegano certe posizioni?

Dalla mia posizione nell’Ue sono molto impegnato a spiegare il sentimento di urgenza che deve pervadere le opinioni pubbliche europee. I rischi sono alla porta, le minacce sono vicine all’Europa e non possiamo evitare le crisi sottraendoci alle crisi. In questi momenti in cui si acuisce una crisi bisogna reagire assolutamente con fermezza senza farsi prendere dal panico. E’ il momento in cui bisogna cercare di avere anche una riposta europea significativa, continuando a sviluppare le capacità europee che sono diplomatiche, economiche, politiche ma anche militari e dare una risposta multinazionale, neutrale (pensiamo alla Libia) che avrebbe un significato di particolare rilevanza.

Però in Iraq c’è incertezza: l’Italia sta spostando alcuni militari fuori Baghdad, la Croazia in Kuwait, la Germania in Kuwait e in Giordania. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha detto che l’addestramento riprenderà quando la situazione lo permetterà. E’ comprensibile questa prudenza?

La prudenza è sempre comprensibile, poi le nazioni reagiscono in base alle loro tradizioni e sentimenti. È chiaro che se c’è un particolare rischio in un’area, per un certo tempo l’attività viene limitata, ma lo stretto necessario perché non si può dare il segnale opposto, cioè quello di essere intimiditi.

Lei è stato comandante della missione Unifil in Libano per tre anni, dal 2007 al 2010: questo è il momento più delicato o ce ne sono stati altri analoghi?

Ci sono stati altri momenti difficili, per esempio con le rivolte nel campo palestinese quando non si riusciva ad eleggere il primo ministro. Certo, oggi la situazione ai confini siriani e in generale del mondo sciita, le tensioni dell’area, la crisi interna libanese creano una particolare criticità per cui Unifil è molto importante come ruolo di stabilizzazione e di supporto indiretto alle forze libanesi ed è elemento di sostegno per il Paese. Inoltre, è la missione con il maggior numero di forze europee.

L’attentato di al Shabaab in Kenya contro una base americana, con tre morti, è un primo segnale indiretto di reazione all’attacco di Triump?

Tensioni generano altre tensioni. Attentati terroristici ce ne sono stati moltissimi come quello di Mogadiscio con un centinaio di morti, al Shabaab inoltre è un gruppo legato ad al Qaeda di tipo sunnita (come l’Isis) mentre l’Iran è sciita ed è un mondo più monolitico. Se guardo al Mali, alla Somalia, alla Libia, all’Iran attacchi ce ne sono ogni giorno. Piuttosto l’attentato in Kenya conferma l’urgenza di dover comunicare alle capitali europee che nel Sud del mondo ci sono attentati continui e l’Europa non può stare ai margini: dev’essere coinvolta, per essere coinvolta deve crederci e creare uno strumento militare credibile perché per sedere a un tavolo di trattative e poter disinnescare le crisi dobbiamo avere anche una capacità e credibilità militare come quella diplomatica ed economica e imparare a parlare con una sola voce, o almeno con una voce comune.

A proposito di ruolo europeo, c’è la missione EunavforMed-Sophia in corso, ma attualmente senza navi: rimetterle in mare sarebbe sia un segnale politico che di deterrenza. Se ne può riparlare?

Stiamo già ricominciando a parlarne, la missione è stata prorogata più volte ed è stato confermato l’auspicio di rimettere in mare le forze necessarie. Mi pare di aver percepito anche dall’autorità politica italiana questa disponibilità: credo che la presenza completa di Sophia avrebbe un valore importantissimo perché è una missione europea, che si rivolge al Mediterraneo, ma anche alla Libia, all’addestramento e al contrasto del traffico illecito di migranti e di armi, e in quanto presenza navale rappresenterebbe anche una deterrenza consistente. Sarebbe il segnale che l’Europa c’è e che certe attività che l’Europa ha delegato ad altri potrebbero essere sviluppate dagli Stati che fanno parte di Sophia. Stiamo cercando una voce comune: sarebbe importante ricominciare da una missione che già esiste.

La situazione in Libia è recuperabile con un’operazione politica con supporto militare? C’è tempo perché l’Ue possa avere un ruolo più incisivo?

Dev’esserci sempre tempo per recuperare le situazioni. È fondamentale trovare una voce comune perché credo che l’Europa abbia perso delle occasioni in Libia. Oggi la situazione è fortemente critica, è il momento di sedersi a un tavolo per trovare un accordo tra i Paesi europei. Non c’è una soluzione militare alla crisi libica, ma non c’è una soluzione politica e diplomatica senza un supporto militare per dare credibilità a questa tipologia di missione. Va condivisa, preparata, approvata dalle parti in Libia, ma il fatto stesso che le nazioni europee ne discutano e la pianifichino manderebbe un messaggio di presenza europea. In Libia dal 2011 al 2020 ci sono state tante fasi , questa è la più critica, ma se l’Ue raggiungesse l’intesa sugli elementi chiave e se venissero sostenuti con determinazione, per esempio facendo ripartire Sophia nella versione più completa, questo ci consentirebbe di affrontare un futuro complicato con i tempi necessari.

Dunque spera in un sussulto di responsabilità degli Stati membri dell’Ue di fronte a tutte queste crisi e quindi a una maggiore attenzione verso il fronte Sud?

Sperarlo sicuramente, dobbiamo lavorarci perché sia possibile e lo confermano le parole dell’Alto rappresentante per la politica estera, Josep Borrell, e del presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Vanno mobilitati i 28 Stati membri: le istituzioni europee hanno facilità a trovare la soluzione teorica che però va approvata da Stati con opinioni diverse, da nord a sud, da est a ovest. Bisogna mediare e far capire che così come siamo vicini alle esigenze del fianco est, per quello sud non c’è più tempo ed è necessario mobilitarsi con urgenza. Quindi certo, mi aspetto questo sussulto.

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