La regione che guarda con più attenzione il follow up dell'uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani è il Golfo Persico. C'è chi festeggia e chi è preoccupato per le conseguenze. L'analisi di Cinzia Bianco (Ecfr)

“Dal Golfo, un po’ come da Israele, per il momento c’è silenzio. Si è proprio data la direttiva di non commentare”, fa notare Cinzia Bianco, Gulf Research Fellow European Council on Foreign Relations di Berlino, tra i massimi esperti europei di Golfo Persico. Si parla della notizia del giorno, l’eliminazione di Qassem Soleimani, super generale/politico iraniano ucciso dal missile sganciato da un drone statunitense che ha colpito la vettura su cui viaggiava stanotte, appena fuori dall’aeroporto di Baghdad.

Soleimani è in cima alla lista dei nemici in Arabia Saudita, Emirati Arabi e Israele, perché è l’uomo che ha creato e gestito la campagna di diffusione delle milizie sciite con cui l’Iran ha strutturato uno schema di influenza profonda all’interno della regione mediorientale. Un’influenza anche armata. Per capirci, l’unità che guidava, la Quds Force dei Pasdaran, è quella che arma i ribelli yemeniti Houthi, responsabili a settembre 2019 di un attacco devastante contro due impianti petroliferi sauditi – e raffinerie di Abqaiq e il giacimento petrolifero di Khurais – che ha dimezzato le produzioni della Saudi Aramco. Episodi, come i sabotaggi alle petroliere nell’area di Hormuz di questa estate, coperti da plausible deniability, tecnica di cui Soleimani era un maestro internazionale.

“Fuori dalla dimensione pubblica, però, ci sono due tipologie di reazioni e sentimenti contrastanti. Da una parte c’è chi è sicuramente soddisfatto perché Soleimani era fondamentale nella direzione della fitta rete di proxies iraniani nella regione; ma dall’altra c’è chi si preoccupa di capire se gli Stati Uniti hanno programmato bene la gestione di quello che seguirà”, spiega Bianco.

L’eliminazione di Soleimani si porterà dietro delle conseguenze, e sarà vendicata come già promesso dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, che era il mentore ideologico in continuo contatto con il generale. La sua uccisione non è paragonabile a quella di un alto ufficiale in un qualsiasi altro paese: Soleimani era un politico destinato a un futuro ruolo di leadership governativa nella Repubblica islamica, un uomo della Guida, che aveva tra le mani un potere praticamente totale e che riferiva direttamente ai vertici teocratici senza passare per il governo. Per questo gli analisti temono un’escalation, in un periodo di grosse tensioni tra Stati Uniti e Iran.

“Nel golfo arabo c’è da diverso tempo uno sdoppiamento di visioni: c’è sempre un contingente di persone più giovane e più spregiudicato, quello che festeggia l’uccisione; e uno più anziano e conservatore che si muove con maggiore misura. La preoccupazione di quest’ultimo è proprio che gli Usa non abbiano programmato quello che seguirà dopo il raid. Che non abbiano degli scenari e non sappiano poi gestire il fall out, insomma”, aggiunge l’analista italiana.

Ma perché c’è questo genere di preoccupazione? “Temono che i Pasdaran si riorganizzino in fretta e, mentre Soleimani come figura sarà difficile da rimpiazzare, qualcuno potrebbe prendere comunque il suo posto sul piano operativo. A quel punto si resterebbe con le conseguenze incrociate dell’uccisione che devono essere controllate, e però si avrebbe lo stesso una forza dall’Iran che non sarebbe stata del tutto obliterata”.

“Il problema per i paesi del Golfo è anche che le rappresaglie iraniane possano colpire gli americani nella basi che hanno nella regione”, e stiamo parlando della postazioni in Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Bahrein. Punti sensibilissimi. “C’è praticamente una convinzione che gli attacchi arriveranno lì. Chiaro, il rischio è la sicurezza, ma ancora di più si teme che alla lunga ci si possa ritrovare nella condizione in cui gli Usa, dopo l’attuale rafforzamento, inizino a indietreggiare per evitare problemi, ossia un conflitto aperto. A quel punto i Paesi del Golfo si ritroverebbero con una minor presenza americana nella Penisola Arabica e nel Golfo Persico. Cosa che li spaventa”.

Un aspetto interessante riguarda gli equilibri con il Qatar. Secondo un’analisi di Bianco pubblicata sul sito dell’Ispi, la situazione che riguarda l’isolamento totale a cui Doha è stata sottoposta dagli altri regni del Golfo già di due anni fa era in fase di miglioramento. I qatarini erano incolpati ufficialmente di finanziare il terrorismo, ma in modo profondo di rapporti troppo aperti con Teheran – con cui condividono il più grande giacimento di gas naturale del mondo.

“La pozione del Qatar non è molto diversa da quella da Kuwait e Oman. Sono tra l’incudine e il martello, perché devono bilanciare la propria esistenza all’interno di un triangolo formato da Stati Uniti, Arabia Saudita e Iran. Doha non intende farsi inglobare da nessuno, vorrebbe riagganciare le relazioni con i sauditi, non può perdere il rapporto con Washington, ma non può pagarne come prezzo il diventare terreno di una rappresaglia iraniana (a sud di Doha c’è la base al Udeid, hub del CentCom, il comando del Pentagono che copre anche il Golfo Persico, ndr). Ora i qatarini si sentono più al sicuro, perché hanno avuto rapporti migliori con l’Iran rispetto a Riad e Abu Dhabi e pensano che sul loro territorio non ci saranno ritorsioni, ma l’equilibrismo è un esercizio rischioso”.

 

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