Perché sulla Web tax i Paesi europei frenano (Italia compresa)

Perché sulla Web tax i Paesi europei frenano (Italia compresa)
Da Davos, Mnuchin minaccia ritorsioni contro Italia e Inghilterra. Il versamento della tassa made in Italy solo tra un anno. Si guarda all’Ocse, ma una soluzione globale è complicata

La Web tax non è una passeggiata. Talmente complicato tassare i giganti del web che l’aria che tira in Europa è quella di ammorbidire i vari progetti nazionali, dopo che i piani europei veri e propri, ultimo quello dell’ex presidente della commissione Jean Claude Juncker, sono già naufragati.

Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin da Davos ha messo in chiaro la posizione degli Stati Uniti. “Se si vuole semplicemente imporre arbitrariamente una tassa sulle nostre società digitali, prenderemo in considerazione la possibilità di imporre arbitrariamente imposte sulle società automobilistiche”. Il primo giorno dei lavori del Wef l’esponente dell’amministrazione Trump aveva messo in guardia Italia e Regno unito, avvertendo i governi di Roma e Londra che se andranno avanti sul progetto di imporre una tassa sui big del digitale, si ritroveranno ad affrontare a loro volta ritorsioni che fanno leva sul fisco.

Sul fronte italiano c’è già una frenata rispetto agli annunci. La tassa prevista dalla legge di Bilancio (il 3%, da applicare a tutti i servizi effettuati con mezzi elettronici per i gruppi che non accettano lo status di contribuente) è entrata in vigore in gennaio, ma la prima rata dovrà essere versata nel febbraio 2021. Rinvio non casuale, simile a quello deciso dalla Francia che ha approvato la tassa e rinviato i versamenti. Scelta confermata dal ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire dopo un faccia a faccia con l’omologo statunitense. La tassa formalmente rimane in attesa di una intesa globale. Obiettivo di entrambi arrivare al vertice Ocse che si terrà alla fine di gennaio dal quale ci si aspetta un’intesa globale sulla tassazione delle attività web.

La fine della guerra dei dazi tra Cina e Usa rende l’Europa più vulnerabile al tavolo delle trattative con l’amministrazione Trump. I due interventi consecutivi di Mnuchin fanno pensare che l’offensiva di Washington sia iniziata e che gli Stati Uniti non si accontenteranno della tregua concessa dalla Francia. La prospettiva di ritorsioni sul settore auto, fa colpo sulla Germania. Ma anche sull’Italia, la cui economia si basa più sul manifatturiero che sulle attività Web.

Anche l’attesa del vertice Ocse dedicato ad una soluzione globale sulla web tax non sembra partire sotto i migliori auspici. Dalle ultime riunioni tra i ministri dell’Ue sul tema non sarebbe uscita una posizione comune da portare a Parigi. Di fronte a queste incertezze (e alla certezza di ritorsioni Usa) la soluzione più probabile è che i governi prendano tempo, neutralizzare gli effetti delle decisioni già prese.

ultima modifica: 2020-01-22T09:51:32+00:00 da Antonio Signorini

 

 

 

 

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