Per uno Stato tradizionalmente dirigistico e rigido come quello algerino, quale può essere la strada migliore per riformarsi? Quanta velocità di cambiamento è possibile imporre al blocco politico-militare ed ai suoi sostenitori economici? E quanto gradualismo è possibile da far accettare all’Hirak? L'analisi di Mario Giro

L’Hirak compie un anno, resiste ma non sfonda. L’aver occupato le piazze ha bloccato ogni possibile ritorno indietro verso il blocco politico-militare che ha governato l’Algeria dall’indipendenza ma non è bastato a lanciare una nuova classe dirigente. La diffidenza verso una qualsiasi forma di leadership ha ridotto le capacità di manovra dei giovani.

Alla fine le elezioni ci sono state e hanno portato al comando uomini del passato, ma non gli stessi di sempre. Il presidente Tebboune e il suo premier rappresentano infatti il “deep state” algerino: quell’amministrazione che è stata il nerbo della fase precedente ma che non prendeva decisioni, solo le eseguiva. L’Algeria ha una tradizione di commis d’état e di alti funzionari (si pensi solo alla diplomazia) di alta qualità, che non sfigurano nella comunità internazionale, anzi hanno buona reputazione. Tuttavia sopra di loro da sempre hanno comandato militari e cacicchi dei vari partiti di regime (FLN, RND, ecc.). Questi ultimi sono stati spazzati via; i militari restano ancora “incontournables” anche se prudentemente silenziosi, soprattutto dopo l’improvvisa morte del loro capo, il generale Gaid Salah. Potremmo dire all’italiana: restano i “tecnici”.

Tebboune è stato in passato effimero primo ministro e più volte ministro, prima ancora numero due di vari personaggi importanti. Un uomo poco noto e schivo. Potrebbe sembrare che si torni al vecchio ma forse non sarà così. I tecnici ora al potere sanno di dover cambiare tutto ma vogliono anche preservare lo Stato.

È una vera sfida. Già il neo-presidente si è espresso in maniera favorevole rispetto al movimento che occupa le piazze ogni venerdì: “Fenomeno salutare”, ha detto. Ha anche precisato di voler preparare importanti riforme istituzionali. Il punto è questo: per uno Stato tradizionalmente dirigistico e rigido come quello algerino, quale può essere la strada migliore per riformarsi? Quanta velocità di cambiamento è possibile imporre al blocco politico-militare ed ai suoi sostenitori economici? E quanto gradualismo è possibile da far accettare all’Hirak?

Tutto e subito è impossibile: Tebboune l’ha dichiarato nella sua prima intervista all’estero, su Le Figaro: “Non posso cambiare in due mesi ciò che è stato costruito in decenni”. Chiede tempo ma la società algerina ha già atteso tanto. Per quanto sarà ancora paziente?

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