Mentre l’Italia sta attirando l’attenzione dell’Organizzazione mondiale della sanità e di diverse nazioni, l’emergenza è affrontata in modi molto diversi nel mondo. Il punto di Stefano Vespa

La scorsa settimana i morti in Italia per una normale influenza sono stati 217, per il coronavirus solo uno (in tutto sono tre). Le statistiche dell’Istituto superiore di sanità sull’influenza sono aggiornate ogni settimana: quelle 217 vittime (meno rispetto alle 238 previste) si riferiscono alla sesta settimana del 2020, durante la settima finora sono stati registrati 157 casi gravi e 30 decessi. Quindi il coronavirus non è un problema? Naturalmente è un gigantesco problema, uno dei più gravi degli ultimi decenni, ma le cifre sulla mortalità della normale influenza sono stati ricordati da Maria Rita Gismondo, direttore della Macrobiologia clinica, virologia e diagnostica bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano, che sulla sua pagina Facebook definisce una follia scambiare “un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così” e invita ad abbassare i toni perché “questa follia farà molto male soprattutto dal punto vista economico”.

Dunque, come dicono i giocatori di biliardo, calma e gesso. In poco più di 24 ore sono state decise misure di emergenza per isolare aree geografiche con pattuglie delle forze dell’ordine ai confini, chiudere scuole e strutture aperte al pubblico, rinviare appuntamenti sportivi e di qualunque altro tipo: prevenire la diffusione del virus è l’unica soluzione. I dati diffusi dal capo della Protezione civile e commissario per l’emergenza, Angelo Borrelli, indicano in 152 le persone positive al coronavirus, 26 delle quali sono in terapia intensiva, mentre le vittime sono diventate tre. Il numero dei contagiati è destinato ad aumentare nelle prossime ore. Per affrontare un peggioramento della situazione l’Esercito ha messo a disposizione 3.412 posti letto in oltre mille camere e l’Aeronautica altri 1.750 per ospitare cittadini in quarantena. Borrelli inoltre ha spiegato che in ogni regione si sta pianificando l’eventuale ricorso a strutture alberghiere.

La crescita di malati e di vittime in tutto il pianeta aumenta l’urgenza di interventi economici e politici. A Riad, dove sono riuniti i ministri finanziari e i governatori delle banche centrali del G20, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha informato gli altri partecipanti su quanto sta avvenendo in Italia chiedendo misure economiche a livello internazionale per fronteggiare un possibile espandersi della crisi. Secondo il segretario all’Economia degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, tre o quattro settimane sono il tempo necessario per capire l’impatto del coronavirus e il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, sempre a Riad ha detto che “il coronavirus è il maggiore rischio al ribasso per l’economia mondiale: il G20 è pronto ad agire se i rischi al ribasso dovessero materializzarsi”.

Nei giorni scorsi un report della banca d’affari giapponese Nomura indicava come sicura la recessione in Italia quest’anno e il Pil in calo almeno dello 0,1 per cento rispetto a un aumento dello 0,6 previsto dal governo. In Italia sono in programma incontri tra il governo e i sindacati per i provvedimenti a tutela dei lavoratori “confinati” nei luoghi dei focolai e nei prossimi giorni il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, terrà una riunione per fare il punto sull’impatto che il coronavirus sta avendo sulle imprese italiane impegnate in Cina e nel resto del mondo.

Mentre l’Italia sta attirando l’attenzione dell’Organizzazione mondiale della sanità e di diverse nazioni, l’emergenza è affrontata in modi molto diversi nel mondo. Secondo la stampa americana, per esempio, Donald Trump si è arrabbiato perché 14 cittadini statunitensi che erano tra i passeggeri della nave Diamond Princess in Giappone, sulla quale la gestione dell’emergenza è stata pessima, sono stati fatti rientrare negli Usa senza dirglielo. Il presidente ha comunque precisato che “il coronavirus è sotto controllo negli Stati Uniti”. La posizione di Trump sul tema è da sempre radicale: sigillare i confini lasciando fuori anche i connazionali, tanto che il New York Times ha ricordato la sua polemica con Barack Obama durante la crisi di ebola nel 2014. In Africa, invece, solo poco più della metà dei 54 Stati sarebbe in grado di affrontare l’epidemia con rischi enormi in un’area tanto vasta quanto poco organizzata come servizi sanitari e igiene di massa.

 

 

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