Vi spiego perché l’Italia non fa più figli. Parla Becchetti

Vi spiego perché l’Italia non fa più figli. Parla Becchetti
Il nostro Paese vive un doppio dramma. Da una parte un lavoro che non c'è e se c'è è precario, dall'altro un sempre maggior ricorso all'affetto a basso rischio. Le donne dovrebbero avere più garanzie e non perdere il posto se decidono di avere un figlio. L'assegno unico è certamente una soluzione. Ma il vero problema è un sistema pensionistico che rischia di non reggere a lungo...

Un Paese che invecchia, che non fa figli, ma che insegue disperatamente la crescita, il benessere e il Pil. E per lo più con un sistema pensionistico che, un giorno o l’altro, esploderà, se non verranno fatti interventi strutturali. L’Italia fotografata ieri dall’Istat, lascia davvero poco spazio all’immaginazione: 116 mila residenti in meno nel 2019 rispetto all’anno precedente. Ma il dato più spaventoso è un altro. Aumenta il divario tra nascite e decessi, per 100 persone decedute arrivano soltanto 67 bambini (dieci anni fa erano 96). Rallentano anche i flussi migratori netti con l’estero: il saldo è di +143 mila, 32 mila in meno rispetto al 2018. Persino il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha parlato di un problema talmente grave che mette in gioco l’esistenza stessa del Paese. Formiche.net ha chiesto un parere a Leonardo Becchetti, economista, saggista e docente a Tor Vergata, esperto di welfare.

Becchetti, se i numeri non mentono, questo Paese è fermo…

Sì, negli ultimi tre anni abbiamo perso mezzo milione di italiani, il nostro saldo negativo tra nati e morti viaggia nell’ordine di 150 mila unità all’anno. Questa è una crisi profonda, strutturale, la cui origine è frutto di cause economiche e sociali.

Cominciamo dalle prime?

C’è il lavoro precario, instabile, dunque meno reddito. E spesso i coniugi lavorano in città diverse e questo significa che costruire una famiglia è molto più difficile. Poi ci sono delle cause più sociali.

Sarebbero?

C’è una crisi delle relazioni, si investe sempre meno su questo fronte. Viviamo in una società che ha paura di mettersi in gioco, con tutte le responsabilità che questo comporta. Diciamo che c’è meno educazione sentimentale, le relazioni richiedono tempo, investimenti, risorse e coraggio, non è come comprare un gelato dove basta avere i soldi e la voglia. Nelle relazioni ci vuole un allenamento diverso, ma oggi le persone cercano sempre più affetto senza rischio, ripiegando magari sul cane o sul gatto, che dà affetto ma senza rischi. Ancora peggio i robot, che danno affetto ma senza nemmeno doverli portarli a spasso.

Non è una bella descrizione…

Infatti. Il problema è il mix micidiale di cause. Da una parte non si vuole più investire  nella relazione stabile, ci cerca affetto a basso costo, dall’altra c’è l’aspetto economico del lavoro che non c’è e se c’è è precario e che riguarda di più chi i figli ne vorrebbe ma non può perché non ha un reddito sufficiente.

Ma questo discorso sulla crisi sociale ancor prima che economica, vale solo per l’Italia o per il resto dell’Europa? In Germania e Francia si fanno più figli di noi.

Se parliamo di condizioni sociali e dunque di ricerca di relazioni affettuose facili e poco impegnativi, vale un po’ per tutti, è l’umanità che cambia. Però se il discorso è economico allora la musica cambia. In altri Paesi ci sono politiche per la famiglia, c’è lo smart working, ci sono gli asili aziendali. E poi ci sono politiche, soprattutto in Francia, imperniate sull’assegno unico che accompagna il bambino dalla sua nascita in avanti. Una proposta peraltro del Forum delle famiglie ma che in Italia non è stata ancora accolta, perché costa 6 o 7 miliardi.

Becchetti si parla sempre di donne che non riescono a conciliare lavoro e famiglia. O che quando decidono di fare un figlio, rischiano di perdere il lavoro…

Sì, c’è un problema donna in Italia. C’è molta discriminazione e un differenziale di reddito importante. Ma ci si può lavorare, si possono aumentare i congedi parentali, per esempio. La vera questione è però capire se aiutare solo le famiglie povere o tutte le famiglie. L’idea dell’assegno unico, per esempio, bisogna decidere a chi darlo. Sono scelte importanti, ma che possono fare la differenza.

Lei crede che l’assegno unico sia la soluzione al problema o parte di esso?

Sicuramente risolverebbe il problema economico di chi vuole avere figli. Lo abbiamo visto in Francia, gli effetti benefici ci sono stati. Per la questione, diciamo, sociale il discorso è più ampio.

In Italia si parla di Pil, di crescita, di ripresa. Ma poi si invecchia e basta. Non le pare assurdo?

Sì, l’effetto della denatalità sulla crescita è evidente, tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che se non arrivano giovani la crescita ne risente, perché non ci sono i consumi e dunque non c’è produttività. Però in questi giorni, ci siamo accorti di una cosa, anche per merito, se così si può dire, dell’emergenza coronavirus. E cioè che alla fine la salute delle persone è più importante del Pil perché senza la prima, non esiste il secondo. Il Pil è un mezzo, non un fine.

Ci stiamo dimenticando delle pensioni. Come può un Paese col terzo debito al mondo pagare sempre più pensioni a fronte di sempre minor giovani che versano i contributi? Se si fanno meno figli, ci saranno meno lavoratori in grado di sostenere l’intero sistema.

Questo è un problema e anche grosso. Infatti in Germania si sono posti il problema, arrivando a teorizzare che non siano più i lavoratori a pagare le pensioni. Ci vogliono entrate alternative e per esempio a Berlino si sta prendendo i considerazione l’idea di utilizzare la tassa sulle transazioni (la cosiddetta Tobin tax, ndr) per finanziare le pensioni.

ultima modifica: 2020-02-12T12:40:35+00:00 da Gianluca Zapponini

 

 

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