Giovedì 27 febbraio si terrà a Napoli il vertice Italia-Francia. Un'opportunità per rilanciare i rapporti bilaterali dopo due anni di gelo, che però sottende anche un rischio per la coesione atlantica. Le opinioni di Laris Gaiser, Antonio Villafranca, Andrea Margelletti e Jean Pierre Darnis

Quando manca ormai meno di una settimana al summit Italia-Francia di Napoli in programma il 27 febbraio viene spontaneo chiedersi su quale terreno possa innestarsi un rilancio del dialogo bilaterale. I dossier al centro dei colloqui che vedranno impegnati nel capoluogo partenopeo il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, assieme ai rispettivi ministri degli Esteri, Economia, Giustizia, Cultura, Affari europei, spaziano dalla ripresa del “Trattato del Quirinale” alla cooperazione al bilancio europeo, dagli investimenti green alla crisi libica.

Sarà, ha detto in una recente intervista a Formiche.net il ministro agli Affari europei Vincenzo Amendola, che in queste settimane ha preparato nei dettagli la visita, “una grande occasione” per rilanciare i rapporti con i cugini d’Oltralpe, che negli ultimi due anni, soprattutto sotto il governo gialloverde, quando Parigi ha richiamato il suo ambasciatore a Roma, hanno vissuto un lento logoramento. L’importante bilaterale che un giorno, come ha detto Macron, farà di Napoli la “capitale europea”, si inserisce in un quadro internazionale di grande incertezza che inevitabilmente lascerà un segno sull’andamento dei colloqui. Francia e Italia sono due partner di primissimo grado dell’Unione europea, ma lo sono anche dell’Alleanza atlantica.

Su quest’ultimo fronte, da parte francese, i rapporti non sono certo rose e fiori. Il monito di Macron sulla “morte cerebrale” della Nato sarà anche acqua passata. Passati invece non sono i tanti motivi di incomprensione che oggi dividono Parigi dall’azionista principale dell’alleanza, gli Stati Uniti di Donald Trump. Dal braccio di ferro sul 5G, da cui Palazzo Matignon si è ufficialmente tirato fuori negando qualsiasi bando dell’azienda cinese Huawei, alle iniziative solitarie francesi nel Mediterraneo allargato e nell’Est-Europa, in asse con la Russia di Vladimir Putin, le distanze con lo storico alleato d’oltreoceano non sono indifferenti e portano diversi osservatori internazionali a parlare di uno slittamento ad Est dell’Hexagone.

Con una Germania indebolita dalla profonda crisi della Cdu e della leadership di Angela Merkel, l’Italia si trova oggi, nonostante un governo traballante, al centro dell’assetto geopolitico europeo. Anche lo Stivale ha avuto di recente i suoi momenti di disaccordo con gli Stati Uniti. I casi dell’adesione alla Via della Seta cinese e del 5G sono eloquenti, e altrettanto lo è la riattivazione del dialogo sulla Difesa con la Russia sospeso dal 2014 (senza che la crisi in Crimea, che di quella sospensione era la ragione fondante, abbia fatto progressi). Ecco che allora il dialogo con la Francia può trasformarsi in una grande opportunità per ritrovare spazio nelle geometrie europee, ma anche in un rischio, quello di minare ulteriormente la coesione nell’Alleanza atlantica.

Anche per questo il summit di Napoli si presta a diverse letture. “La Francia ha da sempre il sogno di realizzare un polo europeo di bilanciamento nei confronti degli Stati Uniti – spiega a Formiche.net Laris Gaiser, docente di Studi sulla Sicurezza alla Sioi (Società italiana per l’organizzazione internazionale) e all’Università Cattolica di Milano – non escludo che voglia strattonare l’Italia per farla rientrare in questo disegno strategico su diversi fronti, dalla Difesa all’Aerospazio”. “La Brexit offre all’Italia la possibilità di porsi di nuovo come partner di riferimento degli Usa in Europa – continua Gaiser. Il vertice partenopeo può essere un’occasione per rivendicare questa posizione, con le opportune cautele: “Serve una strategia chiara, che non ci ponga come junior partner. La Francia si muove sempre come sistema Paese e una chiara idea di intelligence economica, l’Italia deve fare altrettanto. Non è un caso che i francesi in questi anni abbiano fatto man bassa di acquisti in Italia, e che non sia successo il contrario”.

Giusto dunque riannodare i legami con la Francia, ma mantenendo sempre un occhio alla bigger picture del quadro atlantico, aggiunge Antonio Villafranca, co-direttore del Centro Europa e governance globale dell’Ispi (Istituto degli studi di politica internazionale”). “Abbiamo bisogno della Francia, e dobbiamo fare sponda su molte questioni europee, dal Fondo salva Stati alla discussione delle prospettive finanziarie pluriennali, su cui i Paesi dell’Est hanno invece interessi diversi e spesso in competizione rispetto a quelli italo-francesi”. Ma quando si tratta di rapporti transatlantici, dice l’esperto, “l’Italia deve muoversi mantenendo una prospettiva europea, ma senza cedere alla tentazione di giocare in solitaria, come invece sta facendo la Francia, forte del suo voto al Consiglio di Sicurezza Onu e del suo status di potenza nucleare”.

Sul summit di Napoli, ne è convinto il presidente del CeSI (Centro studi internazionali) Andrea Margelletti, si staglierà l’ombra della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco della scorsa settimana, che ha certificato le distanze sui temi securitari fra l’amministrazione Trump e diversi alleati europei. Non tutti: “Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini è riuscito, grazie anche al suo prestigio personale, in un’operazione che sembrava impossibile: ribadire all’alleato americano che l’Italia, malgrado gli sbandamenti degli ultimi mesi, non incrinerà mai la coesione atlantica”. La Francia, spiega Margelletti, “provoca la Nato per rivendicare un peso maggiore al suo interno, non vi si opporrebbe mai frontalmente, sarebbe folle”. A Napoli dunque l’Italia può proseguire il percorso di consolidamento dei rapporti con i partner europei, di cui l’invito tedesco a far parte del formato E3 (Francia, Germania, Regno Unito) costituisce una significativa anticipazione: “Il messaggio che deve emergere è che possiamo avere differenze con gli alleati atlantici ma gli interessi di fondo rimangono gli stessi, non può esistere un Ue militare senza la Nato”.

La chiave della coesione europea non è l’unica per interpretare il vertice di giovedì prossimo, sostiene invece Jean Pierre Darnis, consigliere scientifico dello Iai (Istituto affari internazionali) e professore associato all’Università di Nizza-Antipolis: “La Francia ha bisogno dell’Italia e viceversa. I summit bilaterali ci sono sempre stati e sono divenuti regolari fin dai tempi di Mitterand e Spadolini. I francesi cercano un alleato forte in Europa per trovare una sponda nei confronti della Germania e riposizionarsi dopo la Brexit. L’Italia dal canto suo deve uscire dall’isolamento in cui lo scorso governo l’ha confinata, basti pensare che l’ultimo summit ha avuto luogo a Lione nel 2017. La questione atlantica è secondaria, al centro dei colloqui ci sarà il Trattato del Quirinale, oggi arenato a causa di un clima deplorevole, e la creazione di un asse per le politiche europee”.

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