“In Italia, la destra siamo noi”. Giorgia Meloni scandisce bene le parole. Parla di fronte a un drappello di cronisti al primo piano dell’Hotel Plaza di Roma, dove si è aperta oggi una due giorni di conferenza internazionale, la “National Conservatism Conference”, intitolata a Giovanni Paolo II e Ronald Reagan, gremita di nomi illustri dell’universo conservatore e sovranista. Su tutti il premier ungherese Viktor Orban, ma anche Marion Marechal Le Pen, il presidente del gruppo dei conservatori (Ecr) a Strasburgo Ryszard Legutko. Da programma ci dovrebbe essere anche Matteo Salvini, ma dal suo staff fanno filtrare la possibilità di un forfait, causa impegni in Puglia.

“Non ne so nulla, io sarò a Washington”, commenta sorridente Meloni. Questo martedì parteciperà al National Prayers Day a Washington DC, appuntamento caro al mondo conservatore americano e soprattutto al presidente Donald Trump, che infatti non mancherà. Un altro battesimo di fuoco con la rete conservatrice d’oltreoceano che conferma la scalata della giovane leader della destra italiana. “Siamo noi, la destra – chiarisce a scanso di equivoci – è la nostra storia, è il nostro dna”. La Lega? “Ha fatto un percorso diverso, straordinario, ma nasce da altri presupposti, ora è un partito nazionale”.

Procede su un campo minato, Meloni, quando i giornalisti le chiedono chi sta vincendo il “derby” della destra tricolore. Lei o il “Capitano”? Salvini svetta di gran lunga nei sondaggi e supera il 30%, ma è anche quello che più ha subito il contraccolpo della vittoria di Stefano Bonaccini in Emilia-Romagna. Meloni però viaggia in doppia cifra, per la prima volta, e si gode l’alta quota. Nessun derby, scherza, “certo, abbiamo le nostre questioni di cui discutere, ad esempio le candidature alle prossime regionali”.

Raffaele Fitto, candidato da FdI per riprendersi la presidenza della regione Puglia, non si tocca, ha ribadito più volte Meloni in questi giorni. E se la Lega ha qualche perplessità pazienza, perché non rappresenta la destra italiana, non tutta almeno. Non è un caso che i giornalisti dall’estero le chiedano se FdI sia più orientata al centro della Lega. Anche da fuori la moderazione dei toni di Meloni, l’aplomb istituzionale durante le emergenze, dalla crisi post-Soleimani al coronavirus, sono osservati con attenzione.

In Europa il derby fra Lega e FdI è già in corso da un pezzo, anche se non si può dire. E se il triplice fischio è ancora lontano, non sfugge a nessuno che il ritmo di gioco delle truppe meloniane ha attirato gli occhi degli osservatori internazionali. Tanto che il Times di Londra ha inserito Meloni fra le venti personalità “to watch” del 2020.  La conferenza al Plaza è il palcoscenico giusto per dimostrarlo. La leader di FdI gioca in casa: parla con i cronisti ungheresi, francesi e statunitensi in un ottimo inglese, anche ai vaticanisti. “Bergoglio? Qualche volta non ho condiviso le sue scelte, ma non sta a me giudicare il papa”. Accoglie i delegati internazionali, ripassa il discorso che deve tenere durante il buffet serale, a porte chiuse.

Al Plaza, grazie a Nazione Futura, l’associazione fondata e presieduta da Francesco Giubilei, giovane editore e già intellettuale di riferimento del mondo conservatore, va in scena la passerella della destra europea, alleggerita delle ali più estreme. “Dio, patria e famiglia – risponde piccata la Meloni a un giornalista – non è un motto inventato dai neonazisti polacchi, dovrebbe guardare meglio le realtà che compongono il meeting”.

In Europa, all’Europarlamento, il gruppo dei conservatori è sempre più the place to be per i sovranisti entrati con le elezioni del 26 maggio. È il sesto gruppo per dimensioni, dietro popolari, socialisti, liberali e non lontano da Democrazia e Identità, la compagine cui si sono uniti leghisti e lepenisti dopo il successo elettorale. Anche per questo la presenza della giovane Le Pen non è un caso.

La special guest, Viktor Orban, è nel Ppe. Ma Fidesz, il partito di cui è leader, comincia a stare stretto ai popolari, che hanno votato a più riprese per imporre sanzioni al coinquilino scomodo, e viceversa. Ancora una volta è la Meloni a tirare la giacchetta al premier magiaro: “Ovviamente speriamo si unisca ai conservatori”.

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