Il divario esistente tra il Nord ed il Sud dell’Italia è ormai un dato incontrovertibile, in cui il degrado delle strutture e della qualità di vita investe anche e soprattutto la componente umana. Ma questo non significa che ci troviamo dinanzi a due Italie. In realtà, invece, le grandi aree geografiche nazionali, Nord, Centro, Sud presentano al loro interno situazioni molto differenziate. Anche nel Nord, ad esempio, accanto alla locomotiva lombarda e del triveneto, vi sono aree in sofferenza ed anche nel Sud si può riscontrare una situazione diversificata.

Il Mezzogiorno non è un’area omogenea, anche perché vi sono casi dove si sta registrando una marcata crescita del reddito e un’apprezzabile diffusione delle attività produttive. Ma il divario mediamente c’è e questo divario tra Nord e Sud ci appare, oggi più che mai chiaramente, come la risultante di un dato storico e antico.
Il processo unitario, infatti, costò veramente molto caro al Sud ed alle sue popolazioni sia in termini di vite umane, sia in termini di dispersione e distruzione del patrimonio economico, finanziario, tecnologico, culturale, artistico ed archivistico.

Il Sud dunque non era e non è affatto una terra tutta arretrata e sottosviluppata, era ed è solamente una realtà “diversa” da quella del resto d’Italia, ancora abbastanza compatta nella struttura sociale, dotata in larghi strati della popolazione di una radicata cultura tradizionale, legata ancora ad un cattolicesimo vissuto e concepito in maniera completamente diversa da come lo si vive altrove. È stato perciò un grave errore tentare di omologare tutto ciò, schiacciare ed annichilire le particolarità, le peculiarità, gli usi, i costumi, le tradizioni, persino la lingua. Infatti per oltre un secolo e mezzo si è inculcato, nell’animo di ogni generazione di meridionali, il sentimento della sconfitta e della rassegnazione, un autodistruttivo fatalismo che ha costituito la psicologia individuale e, soprattutto, la psicologia collettiva dell’intero popolo meridionale. Proprio per questo mancano addirittura le precondizioni per realizzare uno sviluppo adeguato: 1) la popolazione; 2) il controllo del territorio; 3) le infrastrutture.

1) La popolazione. Anche da questo punto di vista, il Sud d’Italia ha imboccato una strada senza ritorno: quella dell’invecchiamento demografico e dello spopolamento.
Ed è questo il grido di allarme e di dolore che ha lanciato lo Svimez (l’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno) con i suoi rapporti. La quota di ultra settantacinquenni sulla popolazione complessiva passerà al Sud dall’attuale 8,3% al 18,4% nel 2050, superando il Centro-Nord dove raggiungerà il 16,5%. In pratica il Mezzogiorno nei prossimi vent’anni perderà un giovane su quattro e gli under 30 saranno oltre 2 milioni e mezzo in meno nel 2050. Nel Sud si nasce in pratica meno che al Nord: 1,34 per donna contro il già risicato 1,42. Ad accentuare gli aspetti problematici della denatalità è anche la persistente emigrazione dei giovani che oltre a contribuire a rendere maggiore il peso relativo degli anziani sulla popolazione lo rende anche più problematico. Si riduce infatti per molti anziani il possibile sostegno del welfare informale basato sulla solidarietà familiare intergenerazionale. Di questo capitale sociale il Sud avrebbe avuto bisogno per svilupparsi ed invece le sta perdendo. E’ un vero e proprio impoverimento.

2) L’ordine pubblico. Scandali al sole, potrebbe essere il titolo di un film che si ripete, puntuale, sul grande schermo del Mezzogiorno da decenni, un film dal sapore antico che si ripresenta puntualmente con lo spettacolo desolante di una terra devastata dal malcostume di una classe dirigente, non solo politica. Sul piano della sicurezza e dell’ordine pubblico le attività economiche, professionali e d’impresa mancano di un’adeguata tutela per potersi svolgere e sviluppare. Ma non è solo questione di ordine pubblico o di blindare gli insediamenti produttivi. Dati recenti infatti ci dicono che, solo negli ultimi anni, sono stati inquisiti centinaia di amministratori e di pubblici dipendenti. Buona parte delle amministrazioni meridionali, poi, si è dimostrata incapace persino di accedere ai finanziamenti comunitari proprio per l’incapacità di progettare interventi di sviluppo e di valorizzazione del loro territorio. Il dato più inquietante è che anche quando aumenta lo sfruttamento dei fondi europei, cresce in maniera esponenziale la corruzione di chi li utilizza, come ha denunciato uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia.

3) Le infrastrutture sono meno della metà della media nazionale, come si può pensare o sperare che nuove iniziative siano in grado di competere con altri sistemi, che hanno a disposizione non solo strade, acquedotti, trasporti, energia, aeroporti, ferrovie, ma persino le autostrade informatiche? Ma non tutto va male perché negli ultimi anni è aumentato il numero delle imprese attive e quello delle start-up innovative; è cresciuto il fatturato delle aziende, quello di medie dimensioni ed anche quello delle piccole imprese; si è incrementato l’export delle imprese manifatturiere di diversi settori. “E l’aspetto più nuovo e sorprendente – ha dichiarato Giorgio La Malfa, presentando il settimo Rapporto Le imprese industriali del Mezzogiorno 2008 – 2016 è che le medie imprese del Sud presentano la stessa competitività di quelle del “quarto capitalismo”: sono efficienti, danno buoni risultati.”

Perciò “risulta falsa la tesi che nel Mezzogiorno non si può fare impresa”. Esempi eclatanti sono la Ermanno Scervino che fa notizia perché la maggior parte della produzione viene effettuata nel Mezzogiorno d’Italia, con una serie di laboratori specializzati nella maglieria e nei ricami fatti a mano, nei capospalla di sartoria, nella produzione di jersey e jeans e nelle lavorazioni di cinture in piccoli paesini, come Longi in provincia di Messina (1600 abitanti), dove vi sono maestranze abili e disponibili ad “eseguire anche lavorazioni complesse, che fanno poi la differenza fra i prodotti italiani e quelli stranieri”.

E poi c’è Marinella qui a Napoli, Talarico Cravatte e l’esempio di Matera che è decollata come capitale della cultura. Questo significa che solo attingendo al comune bacino dell’identità può generarsi una efficace e redditizia simbiosi tra cultura e impresa: l’economia, recuperando le sue forme naturali (cosiddetta economia della tradizione), tornerà così ad essere espressione culturale e la cultura, dal suo canto, potrà diventare il volano dell’economia. In un Sud che rivolge le sue attenzioni principalmente alle produzioni di qualità, al turismo, all’artigianato e all’agricoltura, nonché a tutte le conseguenti attività commerciali, non si può fare a meno dell’eredità storica che è invece in grado di esprimere quella forza vitale che deve dirigere e alimentare l’economia e il “benessere” di un paese. E dunque, bisogna riportare alla luce tutto questo patrimonio sommerso nelle miniere e nei giacimenti della nostra storia. Occorre creare perciò nuove possibilità di “intervento attivo” dell’imprenditoria, che consentano di ottenere immediati benefici nella vendita e nella qualità del proprio prodotto. Ecco, almeno queste precondizioni bisognerà al più presto predisporre e realizzare.

E poi, una volta messe le basi per creare quelle precondizioni, bisognerà pensare, alle condizioni per vendere e rendere appetibile il territorio meridionale.
1) Una burocrazia efficiente, con amministratori locali responsabilizzati che siano in grado di svolgere le funzioni di indirizzo e sviluppo.
2) Procedure amministrative snelle e veloci.
3) Banche che sappiano interpretare una nuova fase e che rendano meno costoso l’utilizzo del denaro.
4) Fiscalità di vantaggio ed incentivi certi, misurabili e celeri.
5) Qualificazione e flessibilità del lavoro.
6) Uno sportello unico dell’impresa che sappia e possa approntare aree attrezzate, rilasciare licenze amministrative, fornire servizi di sicurezza, predisporre pacchetti localizzativi di incentivi.

Ed allora bisogna incominciare a “pensare” anche a nuovi strumenti. Si tratta di elaborare un progetto finalizzato a sostenere “azioni di sviluppo locale” da verificare con le Rappresentanze delle economie locali. Il Mezzogiorno d’Italia è come un genio imprigionato in una lampada. Aspetta un Aladino che lo faccia solamente uscire. Segnali propositivi ce ne sono. Si tratta in una realtà demografica che è 4 volte quella della Danimarca, dell’Irlanda e della Finlandia e 2 volte quella del Portogallo e della Grecia e di gran lunga superiore a quella del Canada. Ma questo genio è ancora chiuso ermeticamente nella lampada.

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