Intervista con Richard Fontaine, direttore esecutivo del Center for a New American Security di Washington ed ex consigliere per la politica estera del senatore John McCain durante la campagna presidenziale del 2008, sull'interconnessione ai tempi dell'epidemia: "Abbiamo superato il picco della globalizzazione. La competizione Usa-Cina sarà ancor più dura"

Un virus in una provincia cinese è in grado di bloccare un Paese del Mediterraneo, di piegare i listini di tutto il mondo ma anche, più banalmente, di cancellare eventi negli Stati Uniti. È la globalizzazione, bellezza. Ma è arrivata al suo picco ? Formiche.net l’ha chiesto a Richard Fontaine, direttore esecutivo del Center for a New American Security di Washington ed ex consigliere per la politica estera del senatore John McCain durante la campagna presidenziale del 2008.

Partiamo da un suo tweet: “Coronavirus, divieti d’ingresso, muri al confine, Brexit, discorsi sul decoupling della Cina, rischi per le catene di approvvigionamento integrate a livello globale, protezionismo commerciale, aumento del nazionalismo e aumento della sovranità tecnologica: la combinazione porta a chiedersi se abbiamo superato il picco della globalizzazione e dell’interdipendenza”. È così? L’abbiamo superato?

Sì, credo che abbiamo superato il picco della globalizzazione. I dati aggregati del commercio hanno continuato a crescere ma l’intensità degli scambi è diminuita dalla crisi finanziaria globale. I flussi finanziari transfrontalieri hanno raggiunto il loro picco prima della crisi finanziaria e gli sforzi verso un nuovo ciclo di liberalizzazioni del commercio globale si erano fermati già prima. Abbiamo già visto ondate di globalizzazione in precedenza, compresa una che raggiunse il suo picco poco prima della Prima guerra mondiale. Quindi, alcuni di questi effetti sono ciclici e sembra che la pressione verso la deglobalizzazione sia oggi più forte delle forze che ci spingono a stare tutti più vicini.

A proposito, lei scritto un altro tweet per completare quello precedente: “Nel frattempo, colpisce quanto sia diventato interconnesso il mondo. Niente musica al South by Southwest (festival cancellato, previsto a Austin, Texas, ndr) causa di un virus di Wuhan. I produttori statunitensi di energia sono stati colpiti da una lotta ai prezzi tra Russia e Arabia Saudita. Le auto prodotte in Europa hanno subito ritardi a causa di interruzioni della catena di approvvigionamento. Il mondo è piccolo in questo momento”. È arrivato il tempo di una deglobalizzazione?

La globalizzazione non è un fenomeno singolo, positivo o negativo. La liberalizzazione degli scambi è generalmente una cosa positiva, con benefici netti che generano però anche dislocazioni settoriali. La migrazione oltre i confini ha vantaggi, ma la migrazione illimitata provoca effetti politici avversi. I viaggi internazionali sono un grande vantaggio fino a quando qualcuno non ha un virus. E così via. Finora il coronavirus è sembrato rafforzare le convinzioni preesistenti degli osservatori: se pensi che un mondo sempre più globalizzato e interdipendente sia cattivo, nel tuo caso il coronavirus è la prova schiacciante; se pensi invece che vada bene, ti concentrerai sulla necessità che i Paesi lavorino insieme per fermarlo. La crisi del coronavirus dovrebbe costringerci non soltanto a ripensare la globalizzazione in sé, ma le sue dimensioni e la sua portata.

Il coronavirus può portare Stati Uniti e Cina a collaborare? Che effetti avrà sulla competizione tra i due nel lungo termine?

Dovrebbero cooperare sul coronavirus, ma la traiettoria finora mostra quanto sia difficile. Pechino inizialmente ha respinto l’offerta dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC) di schierare una squadra di esperti in aiuto. E il ministero degli Esteri cinese ha accusato gli Stati Uniti di diffondere paura. Washington, invece, ha rapidamente chiuso i propri confini a chi è stato di recente in Cina e i funzionari statunitensi in privato dubitano del numero di casi segnalati dal governo. L’incapacità della Cina di lavorare in modo produttivo con gli Stati Uniti su una questione come il coronavirus è di scarsa utilità per la cooperazione in altre aree di reciproco interesse. È probabile che la concorrenza a lungo termine diventi sempre più forte.

E pensando alla dimensione ideologica di questa sfida a due?

La competizione tra i modelli è reale: democrazia liberale contro autocrazia e capitalismo di Stato. Il modello cinese, a differenza dei blocchi comunisti della Guerra fredda, genera una crescita economica attrattiva, mentre la limitazione dei diritti e delle libertà tale non è. È qui che le democrazie devono essere più forti nel difendere il loro approccio. Nella crisi del coronavirus, si vede già la tentazione tra i leader cinesi di proprio il loro approccio dall’alto verso il basso, autocratico, da “possiamo costruire un ospedale in pochi giorni” come superiore, migliore rispetto alle democrazie aperte e conflittuali che faticano a dare risposte. Penso che sia il modo sbagliato di affrontare la questione, ma mi aspetto che Pechino diffonda quel tipo di messaggio.

Anche alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di metà febbraio si è parlato di coronavirus. Lei era lì. Che cos’è cambiato da allora?

All’epoca c’era preoccupazione per una diffusione globale, ma la maggior parte dei timori era focalizzato sulla Cina. Gli europei, in particolare, si preoccupavano del grado in cui la crescita globale dipende dalla performance economica cinese, pur diffidando del potere globale di Pechino. Ora la Cina è solo una preoccupazione tra le tante.

Riprendendo uno dei suoi tweet con cui abbiamo iniziato questa chiacchierata, Gérard Araud, ex ambasciatore francese negli Stati Uniti e prima alle Nazioni Unite e in Israele, ha notato “la crescente ostilità nei confronti del libero scambio da parte di diversi gruppi, inclusi i Verdi”. Pensa che nelle elezioni presidenziali post coronavirus vedremo qualcuno difendere il libero mercato?

Sarà molto difficile vedere un convinto, ardente sostenitore del libero mercato prendere il timone prossimamente. In questa fase, entrambi i partiti sono protezionisti.

Pensando ai rischi delle catene di approvvigionamento integrate a livello globale, il coronavirus potrebbe rappresentare una forza o una debolezza per il presidente Donald Trump a caccia del secondo mandato?

Tutto dipende dalla profondità e dalla durata della crisi. Se nel giro di poche settimane il coronavirus sarà diminuito, i mercati risaliranno e il presidente sarà in grado di far valere la sua leadership, tutto questo lo aiuterà. Tuttavia, anche il contrario è possibile.

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