È prematuro prevedere se l’importante summit turco-russo tenutosi a Mosca il 5 marzo riuscirà a portare ad una de-escalation militare in Siria e se la tregua – come sembra – reggerà. Esperienze passate e déjà-vu suggeriscono prudenza prima di avventurarsi in analisi dell’oggi, puntualmente smentite nel domani. Eppure questo summit, rispetto ad alcuni interrogativi che lo avevano preceduto, ha fornito alcune risposte – probabilmente destinate a trovare conferma nel medio\lungo periodo.

In primo luogo, è diventata ancora più chiara la morfologia dell’asse turco-russo insieme alla sensazione di una sua tenuta finale, a prescindere dai prossimi sviluppi in Siria, Libia o altrove. Il gravissimo “incidente” della morte dei 33 soldati turchi avvenuta il 27 febbraio scorso ad Idlib per mano dell’esercito siriano aveva infatti fatto temere alcuni (e sperare altri) che il partenariato turco-russo (troppo azzardato chiamarlo alleanza) fosse arrivato a un punto di rottura.

L’episodio ha avuto un impatto negativo sul fronte interno per il presidente turco, proprio nel pieno del suo tentativo di rallentare il suo calo di consensi attraverso l’intensificarsi di operazioni e campagne militari, appunto in Siria e Libia. La tradizionale vicinanza con annesso sostegno militare di Mosca all’alleato Bashar Al Assad aveva posto l’interrogativo in molti osservatori su quale ruolo avesse avuto la Russia nel suddetto raid a tal punto da far ipotizzare che se non ne fosse diretta ispiratrice, quanto meno la Russia ne fosse a conoscenza.

Circostanza questa che, se confermata, avrebbe portato a un crollo delle relazioni turco-russe, sulla falsa riga di quanto già osservato nel novembre 2015 con l’abbattimento per mano di Ankara del jet russo sulla frontiera turco-siriana, quando si assistette ad una degenerazione dei rapporti tra Ankara e Mosca da privilegiati ad ostili, con una velocità che resterà nei manuali di relazioni internazionali.

La reazione russa all’epoca fu (ancorché non militare) immediata e durissima sul piano economico e pur tuttavia il grande gelo durò solo pochi mesi. Presto Mosca si convinse che per riportare la Turchia nella sua orbita, la persona stessa del presidente Recep Tayyip Erdogan non andava attaccata ma anzi difesa da un’opposizione interna che si supponeva figlia di alcuni ambienti militari domestici ritenuti vicini alla Nato. Ne è prova il ruolo del Cremlino nel tentativo di colpo di Stato ad Ankara del 15 Luglio 2016, sventato da Erdogan – si dice, non solo a Mosca – grazie al fondamentale sostegno dell’intelligence Russa.

Ulteriore conferma del cambio di policy del Cremlino si ebbe a dicembre dello stesso anno davanti all’assassinio ad Ankara dell’ambasciatore Russo Andrei Karlov – peraltro per mano di uno degli stessi agenti di sicurezza turchi preposti a proteggerlo. Benché diplomaticamente questo fosse un incidente molto più grave, Mosca rispose rafforzando subito il summit a tre sulla Siria con Turchia e Iran e serrando le fila a sostegno di Erdogan, invece che considerarlo responsabile del nuovo gravissimo incidente, come invece avvenuto l’anno prima in occasione dell’abbattimento del jet.

Il secondo aspetto emerso dal summit è conseguenza logica della prima considerazione. Ovvero – benché quello con la Russia sia un partenariato difficile da mantenere sul campo e militarmente meno “logico” e conveniente per un paese membro della Nato–  assistiamo al rafforzarsi di un asse politico ad personam tra il Cremlino ed Erdogan stesso, di cui il presidente turco ha un fondamentale bisogno per resistere sul piano interno, ancora prima che sul quello internazionale.

Il fatto che – nonostante egli sia parte lesa dall’incidente di Idlib – il summit si tenga a Mosca, indica uno sbilanciamento di forze a svantaggio di Erdogan e tradisce il suo tentativo di intercedere presso il partner russo per risolvere i problemi che sta affrontando in Siria, dove le truppe di Assad stanno guadagnando terreno anche nelle aree di interesse turco.

Questo ci porta a una terza considerazione, sulle reali dinamiche interne nell’alleanza tra Mosca e Damasco, troppo spesso ricondotta in molte analisi superficiali all’immagine di “Assad-fantoccio-di-Putin”. In realtà quelle a cui siamo assistendo sono decisioni militari prese spesso in piena autonomia da Damasco, con l’ovvia accortezza di non arrecare danno alcuno agli interessi strategici Russi in Siria.

La prova di questo va cercata in due aspetti: uno generale, riferito a come la Russia tratta tradizionalmente i propri alleati; l’altro specifico, che riguarda l’establishment al potere a Damasco.

Da un lato, Mosca da sempre garantisce continuo sostegno ma lascia – dove ce ne siano le condizioni – ampi margini di autonomia decisionale ai propri alleati, confermando un tipico approccio da “pax-romana”, dove si preferisce trovare l’accordo con la leadership esistente nella provincia, piuttosto che inviarne una nuova dal centro.

D’altro canto, il vero assett di Damasco in questi anni è stata la tenuta di una leadership\establishment militare attorno ad Assad che – nemmeno nei momenti più bui e sfavorevoli – ha ceduto, dimostrandosi il vero fattore di continuità di potere nel Paese.

Diversamente da quanto avvenuto in altri Paesi, all’apparire delle Primavere arabe e poi via via fino alle problematiche transizioni in corso, l’élite militare siriana attorno al presidente non si è sciolta come neve al sole, ma pare anzi avere rafforzato gli anticorpi.

Non averlo capito per tempo è stato il più grande errore dell’intelligence occidentale nel contesto mediorientale dell’ultimo decennio. Continuare a sottostimarlo non farà che rendere più probabile il successo strategico russo in Siria e, per inciso, sempre più improbabile l’incrinarsi dell’asse Mosca-Erdogan.

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