Il virus ha giocato da perfetto protagonista della contemporaneità, mentre la risposta (europea innanzitutto) è stata “antica”, figlia di uno schema di reazione elaborato nel secolo passato (o addirittura prima)

Nessuno di noi ha il diritto di fare il fenomeno, avanzando critiche o proposte con aria di sufficienza. Siamo di fronte ad un problema complesso che investe ogni aspetto della vita sociale, quindi il compito dei decisori istituzionali è difficile e soggetto a mille condizionamenti tra loro incoerenti, conflittuali e, molto spesso, drammatici. Faccio solo un esempio: quanto influisce il contesto climatico e di inquinamento atmosferico sulla diffusione del coronavirus? A oggi parrebbe non poco, anche semplicemente osservando i dati italiani scendendo lungo la penisola.

Siamo però sicuri che questa situazione sarà confermata anche tra un mese? No che non lo siamo, perché la stessa comunità scientifica ha poche certezze in proposito. Quindi occorre pronunciarsi con senso della misura e onestà intellettuale, pronti quindi a cambiare idea di fronte all’evidenza (solo i cretini la pensano sempre allo stesso modo).

Detto ciò, non è nemmeno vero che si debba mettere il cervello in freezer, smettendo così di ragionare, osservare e, perché no, contestare. Proprio qui c’è il senso della mia modesta riflessione, che voglio sintetizzare in questo modo: il virus ha giocato da perfetto protagonista della contemporaneità, come un cyber-assassino del XXIesimo secolo mentre la risposta (europea innanzitutto) è stata “antica”, figlia di uno schema di reazione elaborato nel secolo passato (o addirittura prima).

Mi spiego meglio, partendo dal Virus. Lui è stato perfetto nella sua “contemporaneità”. Ha usato magistralmente la ridotta distanza tra mondo animale ed esseri umani, figlia della imponente conquista di spazio fisico che l’uomo ha messo in atto nell’intero pianeta.

Ha cavalcato come uno sterminatore raffinato il nostro assai efficiente sistema dei trasporti, usando navi, aerei, treni e metropolitane per arrivare ovunque a velocità mai vista nelle altre pandemie della storia. Si è introdotto (da protagonista assoluto) nel nostro sistema istituzionale-economico-finanziario colpendolo con violenza inaudita, al punto da rendere la crisi dell’11 settembre 2001 poca cosa rispetto a quello che misureremo a fine 2020.

Insomma questo maledetto virus si è comportato da gigante del nostro tempo, obbligando tutti i potenti della terra ad inchinarsi ai suoi piedi. Adesso volgiamo lo sguardo alla reazione dell’umanità, che in tutti i continenti sta lottando per contenere l’impatto del virus malefico.

Prima di farlo però andiamo con la memoria ad un secolo fa, cioè al tempo dell’influenza “spagnola” (1918-1920). Lo facciamo per ricordarci di cosa è capace un virus pandemico, perché altrimenti rischiamo di perdere il senso delle proporzioni. Ebbene quella tragedia (forse sviluppatasi nei campi di alloggiamento dei militari europei impegnati nella prima guerra mondiale) costò la vita ad almeno 50 milioni di persone nel mondo (a oggi i morti di Coronavirus sono 10.000), ma vi sono studi che avvicinano a 100 milioni quella cifra. Per l’Italia, così capiamo meglio di cosa stiamo parlando, il numero delle persone decedute fu di circa 600mila

Andiamo adesso a vedere cosa sta succedendo nel mondo ed in Europa in particolare. In buona sostanza stiamo facendo due cose (in attesa di farmaci e vaccini): cerchiamo (assai faticosamente) di potenziare la capacità dei sistemi sanitari di curare ed assistere i malati e tentiamo di arginare il contagio, riducendo drasticamente le occasioni di contatto tra le persone.

Diciamo che si tratta di una versione attualizzata (infinitamente più raffinata ed efficace) della strategia sempre adottata, presente già nella lotta alla peste di manzoniana memoria (1629-1633, con 64 mila morti a Milano su una popolazione di 250 mila ).

Poiché però siamo una società moderna e interconnessa, per quanto si possa tentare di fermare tutto non possiamo eliminare il fatto che viviamo nelle città e che esse dipendono in tutto e per tutto da forniture che qualcuno deve preparare, confezionare e trasportare. Di conseguenza milioni di persone debbono continuare a lavorare, altrimenti si finisce tutti in una situazione drammatica dai risvolti semplicemente ingestibili (ed inquietanti).

Se poi a tutto ciò si aggiunge che migliaia di contagiati asintomatici (ma infettivi) passano le loro giornate in famiglia ecco che viene avanti la cruda realtà: il contagio continua a camminare, seppure un po’ più lentamente. Eccoci dunque al punto: solo in pochi luoghi del mondo sembra essere presente una strategia diversa, volta cioè non a difendersi e basta ma concentrata sull’attacco.

Qualcosa di simile (ma vedremo con il tempo se le cose stanno davvero così e, soprattutto, se funziona l’approccio) stanno cercando di fare a Singapore (nazione assai poco avvezza a regole democratiche), in Corea del Sud, Israele e, parzialmente, in Cina (anch’essa non proprio un esempio di democrazia, per usare un eufemismo). In quelle nazioni si usano tutti gli strumenti a disposizione (geolocalizzazione, uso delle carte di credito, big data) per avvertire (e quindi assistere) tutti i contagiati ed i loro contatti, facendo anche ampio uso di test sul Virus anche in assenza di sintomi.

Qualcosa di simile in Italia ha fatto la Regione Veneto, con risultati (almeno sin qui) tutt’altro che di poco conto. Non abbiamo certezze, ma non per questo dobbiamo smettere di riflettere. Innanzitutto per capire che a un problema da XXIesimo secolo si risponde con una strategia “contemporanea”.

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