#Iorestoacasa. Ma chi una casa non ce l’ha? Parla Impagliazzo (Sant’Egidio)

#Iorestoacasa. Ma chi una casa non ce l’ha? Parla Impagliazzo (Sant’Egidio)
C'è un'emergenza nell'emergenza. Quella di chi non può restare a casa, perché una casa non ce l'ha: i senza fissa dimora. "È il problema di un’Italia nascosta a cui bisogna arrivare. All'isolamento che già uccide, non dobbiamo aggiungerne altro". Conversazione di Formiche.net con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo

Nell’emergenza coronavirus l’hashtag che è stato lanciato è #iorestoacasa. Una domanda tuttavia si è posta fin da subito, e giorno dopo giorno la si comincia a porre in maniera sempre più seria. Ma chi una casa non ce l’ha? In questa conversazione di Formiche.net ne abbiamo parlato con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo.

Professore, c’è un’emergenza nell’emergenza?

Sì, e nei decreti governativi non si parla. Si è detto di affidarla ai Comuni, ma a Roma ancora non c’è nessuna decisione. Sant’Egidio sta sollecitando gli enti locali a prendere qualche misura necessaria. Molte persone sono in strada tutto il giorno ma gli enti privati sono chiusi o hanno limitato i posti. Comincia a esserci anche un problema di fame: persone che normalmente ricevono elemosina o aiuti da ristoranti, bar o privati, ora non ricevono più niente. Poi c’è un problema di servizi pubblici e igienici. Si dice di lavarsi le mani ma non ci sono i presidi necessari. Non lo dico polemicamente, ma penso che bisognerà cominciare a porsi il problema in maniera seria, visto che sono 50mila i senza fissa dimora sul territorio nazionale. Senza contare la questione dei campi Rom, dove molti non lavorano e vivono di elemosina, ma non possono più girare per le città in cerca di aiuto.

Voi di Sant’Egidio, ad esempio, come vi siete attrezzati?

Noi non abbiamo cambiato i nostri ritmi di impegno, se non per il fatto di dotarci di tutti gli strumenti di protezione per i volontari e le persone che incontriamo. Stiamo uscendo di più in cerca dei poveri e dei bisognosi, anche durante varie ore del giorno e non più solo nelle ore serali. Le mense sono aperte con meno persone nelle sale, ma con maggiore attesa all’esterno. Abbiamo allungato gli orari nei centri dove le persone dormono, che invece di uscire durante il giorno si fermano lì. I nostri centri di distribuzione sono aperti, ma visti i problemi di spostamento che ora le persone hanno, andrebbero maggiormente ripartiti sul territorio.

Immagino che tra chi vive in strada ci sia anche un problema di conoscenza, di essere informati sull’attuale situazione?

Esatto, perché nel tam tam informativo può crescere la paura, spesso le informazioni non sono corrette o eccessive. Poi ci sono le persone che soffrono di disturbi psichici, che girano per la città, con i quali bisogna imparare a parlare, e spiegare loro la situazione particolare che stiamo vivendo. Abbiamo visto che c’è molta paura, li abbiamo visti scomparire dai luoghi dove sono di solito. È una situazione problematica a cui non solo il volontariato può dare una risposta, ma servono scelte congiunte. Noi chiediamo un alleggerimento delle misure di controllo per chi aiuta queste persone, per permettergli di muoversi nei quartieri. Le istituzioni ci devono garantire una certa mobilità, e non per farci una passeggiata.

Il papa ha chiesto espressamente anche ai sacerdoti di stare vicini ai poveri e ai malati. Così, dopo la chiusura delle parrocchie dei giorni scorsi, è scaturita la decisione di riaprire le porte delle chiese. Lei come vede questa situazione delicata?

Il papa è intervenuto su uno specifico decreto del Vicariato di Roma e della Cei, affinché le chiese fossero aperte, mentre le Messe sono sospese da alcuni giorni. Il fatto è che un pontificato che ha parlato di Chiesa come ospedale da campo, e di Chiesa in uscita, non può accettare che le chiese siano chiuse e non siano il luogo dove le persone possano recarsi, in maniera tranquilla e rispettando i decreti, per una preghiera o per ricevere un sacramento. Dobbiamo capire che si affrontano le emergenze anche se la tenuta psicologica della popolazione regge, non è soltanto un problema sanitario. Visto che la situazione si sta prolungando, un passaggio in chiesa per i fedeli è molto importante, soprattutto per chi è in difficoltà. Noi di Sant’Egidio abbiamo le chiese aperte, facciamo la preghiera serale in streaming e facciamo di tutto per stare vicini alle persone. Ma è una situazione difficile.

C’è stata un’incomprensione da parte del governo riguardante la realtà della Chiesa, e dell’importanza per i fedeli delle preghiere e della vita cristiana, specialmente in un momento come questo, di grande sconforto?

Non si è valutata a pieno la grande responsabilità che ogni parroco può assumere, con i fedeli, di evitare assembramenti. Che siano date regole chiare è giusto, ma che un governo debba decidere quali riti possano esserci in una chiesa, se una messa, una preghiera o un’adorazione eucaristica, questo sconfina un po’. Non è un governo che può stabilire cosa si può o deve fare dentro una chiesa, il governo può solo chiedere di non fare assembramenti. Io credo che la Chiesa sia un’istituzione totalmente responsabile verso la salute dei cittadini, e verso le esigenze di sanità pubblica, ma ha bisogno di maggiore libertà su come orientare i propri fedeli all’interno delle chiese. E comunque già la risposta di non fare le Messe va in questo senso.

Quale prova sta dando il sistema-Paese a suo avviso, di fronte a questa difficoltà? 

Eccezionalmente positiva. C’è una grande tenuta del nostro Paese, uno sforzo collettivo molto importante. Le regole hanno toccato la vita dei giovani, e hanno evitato il problema dello spostamento dal nord al sud di tante persone. La tenuta generale mi sembra ottima, così come le decisioni prese, molto utili anche per altri Paesi europei. L’Italia è in prima linea e ha dato la linea anche a tanti Paesi europei quando non avevano ancora capito la gravità della situazione. Bisogna mettere ancora però a punto la condizione di tanti anziani negli istituti, o di tante persone con disabilità che non possono frequentare i centri che normalmente frequentano. C’è il problema di un’Italia nascosta a cui bisogna arrivare. All’isolamento che già uccide, non dobbiamo aggiungerne altro.

C’è qualche lezione di ordine morale che possiamo imparare da questa emergenza?

Che oggi siamo tutti più poveri, più fragili e più bisognosi degli altri. Dalle scelte di ognuno dipende la salute di un altro, e che c’è un legame molto profondo tra le persone, che spesso si è interrotto. Dobbiamo superare la crisi dei legami, e comprendere che abbiamo bisogno degli altri. Lo stare più da soli e chiusi in casa ce lo fa capire. Chi è più ricco o più povero non è più immune, perciò non dobbiamo separare i nostri destini, specialmente da quelli dei più poveri e fragili. C’è un grande bisogno di messaggi di speranza.

Boris Johnson ha pronunciato una frase che alcuni hanno definito raggelante: “Abituatevi a perdere i vostri cari”.

Sì, è allucinante. C’è un’irresponsabilità verso i propri cittadini che in Italia fortunatamente non si è respirata. Qui si stanno facendo enormi sforzi per garantire il diritto alla salute a tutti. L’Italia è un grandissimo esempio di un Paese, diciamolo, contro l’eutanasia. Il grande impegno che ci stanno mettendo medici e operatori sanitari ci dice che nel nostro Dna il discorso dell’eutanasia non ha senso. Oggi il problema è che tutti vivano, siano curati e guariscano: è il messaggio che sta dando la nostra sanità pubblica, ed è molto importante per il mondo di oggi.

ultima modifica: 2020-03-15T09:48:52+00:00 da Francesco Gnagni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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