Il Csis a ottobre aveva simulato una pandemia globale prevedendo le reazioni lente dei Paesi: pesa la sottovalutazione della salute come problema per la sicurezza nazionale

Già un mese fa gli esperti del Center for strategic and international studies di Washington, raccontavano una situazione di “crisi multiple” da coronavirus: una pandemia globale, una crisi di legittimità e governance a Pechino, un congelamento dell’economia. L’Organizzazione mondiale della sanità ha spiegato che la minaccia di una pandemia è “reale”. Il leader cinese Xi Jinping è andato a Wuhan, capoluogo della provincia cinese dell’Hubei, epicentro dell’epidemia del coronavirus, per dimostrare all’estero ma anche alla sua popolazione che la guerra contro l’epidemia è vinta; ma l’ha fatto evitando di parlare dei metodi adottati dal regime e dei suoi ritardi che hanno permesso al COVID-19 di espandersi a macchia d’olio per tutto il mondo. Quanto, invece, all’impatto economico è ancora troppo presto per valutarne l’entità. Ma, come ha spiegato il direttore del Cnas Richard Fontaine a Formiche.net, il coronavirus sta mettendo a rischio il nostro sistema globalizzato.

PANDEMIA SIMULATA

Tuttavia, il Center for strategical and international studies ha fatto ben di più: a ottobre aveva cercato di analizzare gli impatti di una pandemia globale con un gruppo di una ventina di esperti di salute globale, bioscienze, sicurezza nazionale, gestione delle emergenze ed economia. A raccontarlo su Politico parlando di un déjà vu sono Samuel Brannen, direttore del Risk and Foresight Group del Csis, e Kathleen Hick, senior vice presidente e direttore dell’International Security Program. “Era un nuovo e altamente trasmissibile coronavirus”, scrivono spiegando di aver sottoposto i risultati a a funzionari del governo statunitense, membri del Congresso, amministratori delegati e altre persone influenti.

Ecco uno dei primi risultati paragonando quel lavoro all’attualità: “Il mondo è cambiato in modi che rendono molto più difficile contenere le malattie – e alcuni degli errori che alimentano la sua diffusione sono già avvenuti nell’attuale epidemia”, scrivono. Fatta eccezione per l’origine del virus (nella simulazione era l’Europa, precisamente Berlino e il suo aeroporto Tegel; nella realtà la Cina), tutto sembra molto simile: i tempi di diffusione, la trasmissibilità, il tasso di mortalità, l’effetto su sistemi sanitari, economie e politica. Divieti di viaggio e chiusura delle frontiere non sono serviti, nella simulazione, a rallentare la diffusione del virus: decisioni assunte troppo tardi. Anzi, l’interruzione dei voli ha avuto ripercussioni sulla cooperazione internazionale e il commercio. Coincidono anche le risposte monetarie e quella sul vaccino (un anno). 

LA RISPOSTA DEVE ESSERE RAPIDA

Fondamentali nel seminario del Csis sono risultate essere le decisioni iniziali e preventive per “stabilire la fiducia e la cooperazione a livello nazionale e internazionale tra governi, aziende, lavoratori e cittadini”. Ma anche una comunicazione coerente per evitare il panico, la cooperazione internazionale (visto che “il virus non conosce confini”) e il settore privato che, almeno negli Stati Uniti, controlla “la maggior parte dell’innovazione tecnologica nella produzione di trattamenti e cure”. Si tratta dei quattro elementi fondamentali in ognuno delle tre crisi simulate dal Csis: oltre alla pandemia, un attacco informatico agli Stati Uniti e un impiego militare dell’intelligenza artificiale da parte della Cina.

Dall’analisi del Csis emergono criticità su due livelli. Il primo riguarda la politica statunitense che “semplicemente non prende la salute abbastanza seriamente come un problema di sicurezza nazionale”. Il secondo ha una dimensione globale: “sebbene esistano organismi dedicati al coordinamento globale, in particolare l’Oms, i Paesi danno la priorità alle considerazioni interne in tempi di crisi e il coordinamento e la collaborazione internazionale arrivano in un secondo momento”. Basti pensare a ciò che sta accadendo all’interno dell’Unione europea, con gli Stati che prendono decisioni indipendenti con il risultato di alimentare gli attriti con la chiusura delle frontiere e le restrizioni all’esportazione di farmaci.

I RISCHI PER IL FUTURO

Gli Stati, concludono gli esperti parlando del coronavirus reale, stanno dimostrando la loro impreparazione. Investiranno miliardi per gestire questa crisi ma lo faranno in maniera superficiale. E alla prossima crisi rischieranno di ritrovarsi nelle stesse condizioni di adesso. C’è un’unica buona notizia: questa epidemia è avvenuta in Cina, la seconda economia al mondo dotata anche di una comunità scientifica relativamente avanzata. Ma il maggior vantaggio della Cina è il sistema di governance unicamente dall’alto verso il basso, “che le conferisce un’insolita capacità di controllare e monitorare l’enorme popolazione” affrontando l’emergenza “in modo aggressivo”. Il rischio per il futuro, avvertono, è che la prossima pandemia molto probabilmente scoppierà “in un Paese o una regione più povera, fragile politicamente e con una sanità pubblica debole”.

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