Il 5G non è una scelta tecnica, ma strategica. L’opinione di Andrea e Mauro Gilli

Il 5G non è una scelta tecnica, ma strategica. L’opinione di Andrea e Mauro Gilli
La scelta sull’operatore 5G è più di una semplice decisione. Perché in base ad essa si aprono enormi opportunità geopolitiche, secondo Andrea Gilli, senior researcher in Affari Militari presso il Nato Defense College, e Mauro Gilli, senior researcher in Military technology and international security

Poco prima di Natale, il Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) ha presentato un rapporto in cui si evidenziavano i rischi di affidare la rete 5G ad aziende cinesi quali Huawei. Il rapporto ha prodotto dissensi nella maggioranza e nella politica italiana, con punti di vista e rezioni diversi, da chi si è detto preoccupato dei rilievi sollevati ad altri più favorevoli al libero mercato, e quindi per l’opzione tecnicamente superiore con i prezzi inferiori (quella di Huawei).

Per comprendere la questione, è utile fare chiarezza. In primo luogo, che cosa è il 5G. Il 5G è la nuova generazione di telecomunicazioni mobili. Questa è, in primo luogo, in grado di sfruttare sia basse che alte frequenze. Ma soprattutto il 5G permette di aumentare fino a 20 volte la quantità di dati che possono essere trasmessi riducendo parallelamente fino a 10 volte ogni relativo ritardo. Di per sè, questi sono già risultati impressionanti che però vanno guardati da una prospettiva specifica: già oggi produciamo più dati di quanti ne possiamo gestire e in futuro, quando anche auto, frigoriferi, e dispositivi medici saranno tutti collegati via cloud, servirà un’infrastruttura potentissima per poter trasmettere e processare tutta questa mole di informazioni1.
Qui arriviamo alla seconda questione.

In Italia c’è una certa tendenza a definire qualsiasi azienda, settore o infrastruttura come “strategica”. In realtà, per essere strategico, un asset deve avere alcune proprietà. Il 5G sembra possedere queste proprietà. In primo luogo, il mercato del 5G è altamente imperfetto, quindi conferisce una posizione di vantaggio a chi vi opera. In secondo luogo, il 5G sarà un’infrastruttura, e dunque su di essa passerà, e quindi dipenderà, la crescita economica futura. In terzo luogo, poiché su questa infrastruttura passeranno dati, sia personali (inclusi conti correnti, carte di credito, informazioni mediche) che sensibili (comunicazioni industriali o relative a questioni di sicurezza nazionale), il 5G rappresenta una questione molto delicata, su cui la politica non può stare a guardare.

Le ragioni non sono solo interne ma anche internazionali, per due ordini di motivi. Da una parte, il principale operatore nel campo del 5G è Huawei, l’azienda di telecomunicazioni cinese. Dall’altra, l’Italia è membro fondante della Nato e dell’Unione Europea. Partiamo da Huawei. Si può, legittimamente, pensare ciò che si vuole della Cina e del suo ruolo internazionale. Resta un dato di fatto che la Cina, tramite anche le sue aziende, è stata accusata di aver lanciato una campagna di furto di proprietà intellettuale e di tecnologie, nel passato recente, senza precedenti nella storia.

Non solo, più aziende cinesi — hardware e software — avrebbero negli anni introdotto backdoor nei loro dispositivi per avere accesso a dati in maniera fraudolenta. Huawei, nel corso degli ultimi anni, ha acquisito un ruolo di primo piano nelle telecomunicazioni e ora, grazie ad investimenti oculati effettuati un decennio fa, è forse l’operatore più competitivo nel campo del 5G. Ma quanto possiamo fidarci di un operatore cinese, con connessioni dirette con il potere politico di Pechino, in un campo non solo strategico ma che, per sua natura è anche difficile da controllare e monitorare?

Alcuni suggeriscono infatti di adottare un semplice approccio volto alla verifica e al controllo. Ma per verificare l’assenza di backdoor o il furto di informazioni, è necessario possedere competenze tecnologiche avanzate. Chi possiede queste competenze è, però, solo chi produce l’infrastruttura e poiché l’infrastruttura è continuamente aggiornata con nuovi pacchetti software e hardware, il controllore è, nel caso migliore, destinato sempre a rimanere un passo indietro3.

Questa discussione ci porta alle alleanze internazionali. I dati sono, già, una fonte centrale di creazione di valore nelle economie moderne. In futuro, grazie all’automazione, al cloud computing, all’internet of things, lo saranno ancora di più. Attraverso le infrastrutture di dati, però, passeranno anche dati sensibili: quelli dell’intelligence, quelli relativi a segreti industriali, quelli relativi a specifiche militari. Poiché le alleanze si fondano, anche, sulla condivisione di informazioni e queste informazioni circolano, necessariamente, attraverso reti di comunicazioni, è evidente come il controllo della rete da parte di soggetti terzi pone degli importanti interrogativi e delle criticità4.
Qui arriviamo alle considerazioni industriali.

Per una serie di ragioni, i Paesi occidentali sono indietro nel campo del 5G, almeno rispetto alla Cina. Negli Stati Uniti, le frequenze 5G sono di esclusiva delle forze armate, e ciò non ha permesso, negli anni, investimenti da parte di aziende private. In Europa, alcune aziende quali Nokia ed Ericsson, sono riuscite a posizionarsi meglio, ma non sono probabilmente al livello di Huawei, che invece ha potuto sfruttare una dotazioni di capitali e un supporto politico ineguagliabile. Per capire la serietà della questione, negli Stati Uniti si sta addirittura pensando di sostenere finanziariamente Nokia o Ericsson per limitare la penetrazione di Huawei.
La scelta sull’operatore del 5G non è dunque una scelta tecnica, ma diventa anche una scelta politica e strategica. Su questa scelta si aprono enormi opportunità geopolitiche. Grazie ai suoi prezzi inferiori, Huawei avrà di sicuro dei vantaggi nei mercati emergenti. In Occidente, la questione è delicata. Conviene investire risorse in aziende quali Nokia o Ericsson o affidarsi a Huawei? Se Nokia o Ericson non hanno modo di competere, il rischio è solo di sprecare risorse serza guadagnare alcun vantaggio economico, tecnologico o politico. Altrimenti, conviene investire direttamente nel 6G e accettare, per un breve termine, la dipendenza da aziende cinesi?

Un’alternativa potrebbe anche essere non investire del 5G: d’altronde, tutto il ragionamento dipende dalla crescita economica che deriverà da questa tecnologia. Se gli assunti attuali non sono corretti, forse anche questa è un’opzione. In realtà, il 5G genererà crescita economica solo grazie alle innovazione che su di esso verranno create. Qui si pone un altro interrogativo, ovvero se Huawei non possa eliminare le innovazioni di suoi concorrenti per favorire aziende a se collegate.

N.B. Le opinioni espresse da Andrea Gilli sono da considerare come strettamente personali e non riflettono quelle della Nato o del Nato Defense College

ultima modifica: 2020-03-21T10:10:11+00:00 da Redazione

 

 

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